Al villaggio sperduto di Campo: tra olivi, mulattiere e panorami sul Garda
Le decine di frazioni che incontriamo camminando a mezza costa, sulle pendici del monte Baldo, nascondono vere e proprie opere d'arte: come la chiesetta che incontriamo in questo borgo medioevale semiabbandonato che conserva anche i resti di un piccolo castello
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Il lago di Garda riserva sorprese a ogni passo. E non soltanto per il suo clima o le sue acque cristalline.
Le decine di frazioni che incontriamo camminando a mezza costa, sulle pendici del monte Baldo, nascondono, come tanti scrigni ricolmi di gioielli, delle vere e proprie opere d'arte.
Come la chiesetta che incontriamo nell'antico villaggio abbandonato di Campo.
Questa frazione fa parte di un caleidoscopio di piccoli centri di storia che s'inerpicano nell'entroterra, sulle colline, tra il verde degli ulivi e quello dei castagni: Castello, Sommavilla, Pozzo, Borago, Boccino, Biaza, Fasor.
La nostra meta, un vero e proprio borgo medioevale le cui radici si perdono nella notte dei tempi, oggi come un tempo è raggiungibile soltanto a piedi ed è per questo che è stato abbandonato.
È formato da non più di cinque-sei case in pietra, strutturate in diversi piani che s'intersecano tra loro, assai vicine per risparmiare il terreno atto alla coltivazione e innalzate su più livelli, così come a gradoni sono le coltivazioni che si ergono a partire dalle acque del lago; si può ben dire che qui il tempo non ha valore, non scorre ma è stato sospeso.
L'esistenza di questa contrada si trova documentata già nel 1023. Altri documenti, questa volta in pietra, ci aiutano a collocare storicamente il borgo.
Innanzitutto i resti di un piccolo castello, coperto oggi dalla vegetazione, fanno risalire la sua esistenza al tempo del feudalesimo che rese anche questi luoghi, nonostante l'appartenenza da tempi immemorabili alla Serenissima, teatro della lotta tra valvassini, valvassori e aristocratici vari.
Ma sono soprattutto la chiesetta e i suoi affreschi ad aprirci gli occhi su di un vero e proprio patrimonio culturale che, fortunatamente, è arrivato a noi quasi del tutto intatto grazie al suo isolamento, lassù in alto, vicino al cielo.
La chiesa è dedicata a San Pietro e già questo ci indica l'antichità del sito. È caratteristica delle prime chiese delle comunità cristiane portare il nome del primo papa della cristianità.
Quello che ci colpisce inoltre non sono solo la grande ricchezza degli affreschi databili tra il XIII e il XIV secolo, quanto la forte influenza bizantina che si riscontra in ogni traccia pittorica, in ogni segno, in ogni piccolo tassello cromatico.
Uno stile orientale che si riscontra innanzitutto nelle vesti delle Sante e nel mantello della Madonna (un'opera questa sfuggita alle censure postconciliari tridentine).
San Pietro in Vincoli, come viene documentato nel 1159, è stata identificata per molto tempo con la cappella dei Santi Simone e Giuda e Giovanni Evangelista, dipendente dalla pieve di Malcesine. Seppure la facciata sia stata interamente rimaneggiata nel corso del Settecento, rimane l'aspetto "a capanna" originario.
La pianta è rettangolare ad una navata che si prolunga verso est, dove si trova l'abside semicircolare originaria romanica. Ma è la pittura, oltre che l'ambientazione, a farci rimanere esterrefatti.
Sulla parete settentrionale troviamo un Cristo crocifisso fra la Vergine, l'apostolo Giovanni e i SS. Bartolomeo e Zeno, la Vergine in trono che allatta il Bambino fra i SS. Bartolomeo, Lucia, Giovanni Battista e Caterina d'Alessandria. Inginocchiati di fronte a loro troviamo i committenti di queste opere: Moltomeus et Ingelterius. Nei semi pennacchi e sull'archivolto dell'abside ci sono San Giacomo Maggiore, l'Annunciazione, Sant'Antonio abate.
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Nel catino absidale, vero e proprio luogo atto ad accogliere il capo di Cristo – le forme simbolicamente sono equivalenti –, c'è il Cristo pantocratore fra i simboli degli evangelisti.
Nella parete meridionale scorrono S. Vescovo, una figura emersa di recente durante i restauri, San Pietro in cattedra, Santa Dorotea e Santa Caterina d'Alessandria, Madonna della Misericordia fra i SS. Antonio Abate, Caterina d'Alessandria e Maria Maddalena, Sant'Antonio abate.
Gli affreschi sono attribuiti al maestro Giorgio da Riva, eseguiti attorno al 1358. Come si nota Sant'Antonio abate, fondatore del monachesimo cristiano ma conosciuto tra la gente medioevale come potenziale guaritore dall'herpes zoster, volgarmente "fuoco di sant'Antonio", è il santo più rappresentato e la sua funzione di guaritore lo rendeva il più noto, conosciuto e pregato soprattutto dai contadini e dalla povera gente, le fasce sociali più a rischio di ergotismo.
Inoltre la gente del posto, ancor oggi, usa chiamarlo in causa durante l'inverno come santo cronologico, con il detto "a Nadal un passo de gal e a sant'Antonio un passo del demonio", riferendosi al progressivo allungamento delle giornate.
Numerosi turisti, soprattutto tedeschi, visitano il paese, in particolare durante il lunedì di Pasqua quando si rianima per la messa tradizionale; infatti il borgo è forse uno dei punti più spettacolari della costa veneta del lago di Garda, tra olivi secolari e alcuni cipressi, da cui si gode un incantevole panorama.
ITINERARIO
Accesso stradale
Marniga (m 68, foto qui sopra), tra Malcesine e Torri del Benaco.
Punto di partenza/arrivo
Marniga (m 67), parcheggio.
Percorso
Dal parcheggio si segue, in salita, la mulattiera contrassegnata dal n. 1, passando sotto un antico "volto", e tra olivi in direzione sud, toccando la santella, dedicata alla Madonna dell'Aiuto, fino a raggiungere il piccolo borgo di Campo (m 222 circa).
Rientro: si scende con il segnavia n. 4 fino a Castelletto, quindi lungo la pista ciclabile al punto di partenza.
Il percorso fa parte del circuito "Le vie dei monti".
Tempi
30 minuti la salita, ritorno ore 1.
Dislivello
153 m.
[testo tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]