Africa, aperta la via “Il mistero del Phandambiri” con una spedizione alpinistica e umanitaria
Il roveretano Maurizio Giordani racconta l'avventura in Mozambico di un gruppo patrocinato da Cai, Caai e dal Lions lagarino: al termine dei 19 tiri di corda, in vetta, la scelta del nome dopo aver notato i resti di uno spit degli anni '80. Accanto all’esplorazione e alla salita sull'impressionante massiccio fin qui inviolato, la consegna di aiuti al vicino villaggio (pannelli solari, generatore, zanzariere e altro)
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L’alpinismo esplorativo esiste ancora? Se la rivolgiamo a Maurizio Giordani, la domanda è senz’altro pleonastica. Dopo migliaia di ascensioni sulle Alpi e centinaia di viaggi e spedizioni, l’alpinista roveretano - guida alpina e accademico del Club Alpino Italiano - è infatti tornato da poco dal Mozambico, in Africa meridionale, dove con tre compagni ha scalato una montagna sconosciuta, apparentemente inaccessibile.
In sei giorni, con due bivacchi in parete, Giordani, Nancy Paoletto, Manrico Dell’Agnola e Antonella Giacomini all’inizio di agosto hanno salito lo sperone sud-est del massiccio granitico del Phandambiri (1.436 metri) lungo una via che si sviluppa per 1.100 metri superando un dislivello di 800 metri (difficoltà TD+ con passaggi fino al 6c) mentre Mirco Grasso e Samuele Mazzolini hanno scalato una nuova via sull’anticima nord e su uno dei satelliti.
Il Phandambiri è una montagna impressionante, con ripidissime pareti, racconta Giordani: «Esce impetuosa da una sterminata, piatta savana, come un immenso iceberg esce dall’oceano. Una grande bolla tondeggiante di granito esplosa dalla terra verso l’alto milioni di anni fa».
Al termine dei diciannove tiri di corda, giunti in vetta, la scelta di battezzare la via “Il mistero del Phandambiri” dopo che al punto di sosta dell’undicesimo tiro Giordani si è accorto dei resti di uno spit degli anni Ottanta.
«Sulla mia destra - racconta - sale la linea del precedente tentativo, dove scorgo rudimentali pezzi di metallo fortemente arrugginiti infissi a mano nella roccia, fino a metà del sedicesimo tiro, poi più nulla. Oltre, ancora un tiro molto impegnativo, oltre il settimo grado, senza segni di passaggio, poi più facile, per cenge erbose che portano direttamente in vetta dove, a parte qualche sasso sparso, non troviamo nulla (…).
Tempo fa la montagna è bruciata. Tracce di un grande, impressionante incendio sono ben visibili fino in vetta e questo può aver modificato le cose, cancellando tratti erbosi che potrebbero aver aiutato una precedente salita».
Il dubbio, nonostante l’assoluta compattezza del granito, è rimasto, ma l’intero viaggio - una spedizione patrocinata dal CAI, dal CAAI (il Club alpino accademico) e dal Lions Club Rovereto F. Depero - è stato avventuroso: «Da Beira, popolosa città situata alla foce del fiume Pungwe che si tuffa nell’oceano indiano, ci vogliono due giorni buoni di jeep verso Chimoio e Macossa per arrivare all’ingresso della riserva di caccia Mafuia, una sterminata area privata di 38.000 ettari di foreste e savana», spiega Maurizio.
«Lungo il percorso una snervante sequenza di fermate burocratiche, fino alla cerimonia col “Regulo” del piccolo, sperduto villaggio di capanne di Dzembe, appena fuori dalla riserva».
Al campo base, il fuoco sempre acceso e un gazebo zanzariera come protezione contro le mosche tze tze. «La piccola centralina di energia, un generatore portatile, un pannello solare e una capiente Power Bank per alimentare batterie di ricarica e l’antenna Starlink, donati dal club Lions Depero di Rovereto, saranno un dono preziosissimo per la sparuta scuola di Dzembe, dove non ci sono nemmeno banchi e sedie per gli alunni».
A Maurizio Giordani abbiamo posto un paio di domande.
Anna Mazzolini, cooperante che conosce bene il Mozambico, vi ha aiutato a superare le difficoltà. Quali sono state?
«Prima di tutto la lingua per comunicare, ma anche gli innumerevoli passaggi dei permessi e visti in una complessa burocrazia come quella africana. In Mozambico si parlano i dialetti locali e il portoghese e Anna ci ha aperto la strada per superare tutti gli ostacoli, burocratici e non, per avvicinarci alla montagna…
Posso garantire che la scalata della parete, seppur difficile, è stata solo un gioco impegnativo, rispetto a tutto il resto».
È stata un’esperienza intensa anche per l’isolamento e la povertà della regione: la può sintetizzare?
«Chi si lamenta di come stiamo in Italia meriterebbe qualche giorno di stage a Dzembe, dove non arriva la corrente elettrica e l’unica consolazione è l’acqua del pozzo, pompata a mano fra capanne di paglia e bambini affamati ovunque…
Siamo riusciti a portare loro un po’ di distrazione, facendo scalare i bambini e organizzando una festa con cibo e bevande che sono andati a ruba e abbiamo lasciato alla maestra e al Regulo del villeggio tutta la nostra attrezzatura da campo che sarà loro molto utile per attenuare, almeno in parte, le condizioni di una povertà difficile da descrivere».
[foto da Fb/Verso il Phandambiri e clubalpinoaccademico.it]