«Vi racconto com’era rischiare la vita alla Sloi»
Angelo Cappello faceva l’elettricista nella “fabbrica della morte” Alle Gallerie di Piedicastello il primo degli incontri promossi da “Trento Attiva”
di Elena Baiguera Beltrami
Si fa presto a dire “ogni problema ha una soluzione”, per la fossa dei veleni che la Società Lavorazioni Organiche e Inorganiche ha inoculato nel ventre molle del terreno a Trento Nord, una soluzione non c’è, o per lo meno nessuno l’ha trovata. Questo è quanto è alle Gallerie di Piedicastello, durante il primo degli incontri promossi dall’Associazione Trento Attiva e dalla Fondazione Museo Storico, su passato e presente e futuro di quell’inferno dantesco che a Trento va ancora sotto il nome “Sloi”. L’area fa parte di uno dei 23 siti mondiali a gravissimo rischio, il PT (piombo tetraetile) ha imbevuto il suolo fino per una profondità di 15-18 metri, come le tre indagini condotte hanno verificato, con il supporto di oltre 50 carotaggi. Uno degli ultimi interventi ipotizzati da chimici di fama nel 2005 per prevenire infiltrazioni nell’ Adige, nel caso in cui cedesse lo strato d’argilla sotterraneo che fa da isolante, consisterebbe nell’arginare le acque a nord, con una spesa di 130 milioni di euro. Troppi, per la Provincia, troppi per i proprietari dell’area, troppi per il Comune di Trento, troppi per chiunque. Tra quintali di carte, perizie, contro perizie, cause legali, ingiunzioni di bonifica, siamo a un punto fermo, hanno riferito con puntualità Luigi Sardi, storico, giornalista, e autore del libro “Sloi: la fabbrica dei veleni” e Gigi Zoppello. E da punto fermo a punto morto il passo è breve, ma Angelo Cappello, ex elettricista della Sloi e testimonial di molte iniziative sulla fabbrica della morte, proprio non ci sta. Un incubo senza risveglio anche dopo quarant’anni, per l’allora trentottenne Cappello, che prese servizio nel 1970 e vi rimase fino alla chiusura dello stabilimento nel 1978. L’abbiamo intervistato.
Le è capitato di trovarsi in situazioni di rischio in fabbrica, pur non essendo un addetto alle colate, o allo stoccaggio nei fusti del PT?
«Gli elettricisti dovevano sorvegliare tutti i reparti di lavorazione, eravamo un squadra di 12 turnisti. Una notte mentre ero di turno da solo, allora non c’era l’obbligo di essere in due, nemmeno alla cabina di trasformazione del 20.000, accadde che il grosso cavo di alimentazione dei reattori si surriscaldò. Per mantenere in tensione tutti i 14 reattori, che non si potevano fermare, occorreva sostituire immediatamente la testata del cavo. Staccare la corrente non era possibile e quindi dovevamo lavorare con 380 volt di tensione sempre inseriti. Come dotazione di sicurezza avevamo soltanto un asse di legno per appoggiare i piedi, i guanti e una chiave del 22 coperta da tre o quattro giri di nastro isolante. Mentre svitavo la testata toccai contemporaneamente i due morsetti che erano a 10 cm. l’uno dall’altro. Fecero contatto, una fiammata alta un metro ridusse la chiave del 22 in una pozza d’acciaio fuso accanto ai miei piedi».
Un miracolo non rimanere folgorato, è corso a chiedere aiuto?
«Nessuno poteva aiutarmi ero l’unico elettricista di turno, avevo esattamente 20 minuti per cercare negli attrezzi un’altra chiave, coprirla con il nastro isolante e tornare di corsa a sostituire della testata. Le gambe mi tremavano, il terrore che non arrivasse più corrente ai reattori e il processo di trasformazione potesse arrestarsi, con tutti i pericoli del caso, tra esalazioni e versamenti di sodio e piombo fuso, mi annebbiava il cervello. Correvo all’impazzata in cerca della chiave, solo la forza della disperazione mi permise di concludere l’operazione. Se chiudo gli occhi sento ancora il sangue battere alle tempie, il sudore colare a fiotti dalla fronte, intriso del profumo di mandorle del piombo fuso. Quel maledetto odore ti ubriacava quasi inebriandoti, un odore dolciastro ingannevole, simile a quello del cioccolato».
Nel 1970 erano in molti sapere della Sloi, c’erano già state manifestazioni, scioperi, licenziamenti, qualche incendio del cloruro di etile e si sfiorò la tragedia anche durante l’alluvione del ‘66, perché scelse di lavorare là?
«La Zoppas aveva chiuso i battenti, avevo la famiglia, ma a dire il vero non sapevo che la Sloi fosse così pericolosa, avevo sentito qualcosa, le solite esagerazioni dei giornali pensavo. Il primo giorno mi fecero indossare la maschera anti gas, mi diedero la tuta da lavoro, dicendomi che all’uscita dovevo fare la doccia e lasciare la tuta in stabilimento, iniziai a capire. Tra i colleghi circolava sottovoce il detto “attenzione al 110”, a quel punto la paura divenne una compagna quotidiana. Nei prelievi settimanali dell’urina il livello del piombo non poteva superare il valore 110, altrimenti ti lasciavano a casa per un po’, o per sempre. Sa quanti colleghi ho visto scongiurare il medico di scrivere 100 sul referto? Dopo la chiusura della fabbrica nel 1978, qualcuno rimase con me ancora un anno, per mettere in sicurezza gli impianti. Degli altri 150 nessuno si fece carico, ognuno per sé Dio per tutti. Per noi dell’ultima generazione di operai fu meno usurante, mentre per quelli tra il 1955 e il 1970, l’era del boom automobilistico con il passaggio da 4 a 14 reattori, fu l’inferno».
E per questo inferno di morti premature, di lavoratori impazziti, internati in manicomio, nelle case di cura, qualcuno perfino in carcere, per il dolore, le sofferenze, le privazioni, i diritti negati, come racconta il documentario di Katia Bernardi “SLOI: la fabbrica degli invisibili”, i familiari hanno portato una appello all’Associazione Trento Attiva: che la città intitoli una via ai lavoratori. Perché anche loro sono vittime di una guerra, l’eterna guerra del profitto contro la morte sul lavoro.
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