ambiente

Pfas, quello che non è stato detto

Ad oggi non sappiamo da dove vengono i materiali inquinanti. Il regolamento europeo vieta il rilascio di queste sostanze nell’ambiente


Andrea Tomasi


TRENTO. In una mano l'estintore per spegnere le polemiche e nell'altra una bustina di camomilla per calmare gli animi. Sindaco di Arco, assessori e consiglieri comunali soddisfatti dalle rassicurazioni della politica e della burocrazia provinciale. Missione compiuta. Per la Provincia autonoma di Trento la situazione Pfas è sotto controllo. «Non ci sono Pfas in questa zona». E poi: «Ce n'è solo qualche traccia». Parole di Raffaella Caneppel (settore qualità ambientale Appa - Agenzia provinciale protezione ambiente). Solo che i Pfas ci sono e non si tratta di qualche traccia. Nella discarica della Maza, nel territorio di Arco, nella primavera 2019, sono stati individuati 6000 nanogrammi/litro di una famiglia di Pfas (esclusi Pfoa e Pfos).

Nonostante un team di tecnici lunedì sera sia sceso ad Arco, assieme all’assessore all’ambiente Mario Tonina, per spiegare e tranquillizzare tutti, nella storia dell’inquinamento da Pfas (sostanze impermeabilizzanti - inodori, incolori, insapori, pericolosi e indistruttibili - usate nella grande industria) nell’Alto Garda mancano ancora parecchi tasselli. Vi raccontiamo qui tutto quello che non è stato detto nel corso dell’incontro pubblico. Premesso che - come abbiamo sempre detto e da quanto è dato sapere - questi veleni non sono finiti nell’acqua potabile e dato per buono l’errore riguardante l’analisi fatta sulle acque superficiali del Rio Salone (errore mai corretto in cinque anni e oggi compare ancora lo stesso dato sulla mappa del quotidiano Le Monde: 451,6 ng/litro), il punto nodale della vicenda riguarda le sostanze individuate nel campione prelevato da un carico proveniente dalla discarica Maza e finito nel depuratore di Rovereto.

Il depuratore non depura

L’impianto non permette di fermare in alcun modo i Pfas, che finiscono dritti nel fiume Adige. Fino a qualche tempo fa il percolato veniva portato al depuratore di Linfano, che poi rilascia nel fiume Sarca e poi nel Lago di Garda. Il percolato (il liquido che si accumula sotto la discarica) di cui stiamo parlando aveva una concentrazione di 6400 nanogrammi/litro, a cui se ne aggiungono 1400 di Pfoa e Pfos, per un totale di 7800 nanogrammi/litro.

Da dove vengono i Pfas

L’altra sera in consiglio comunale è stato detto che il dato rilevato alla Maza è eccezionale, ma che è normale trovare questi contaminanti, frutto di vari depositi. Si è fatto anche riferimento alle possibili cause, parlando del teflon presente nelle pentole anti aderenti (i Pfas infatti sono usati per il pentolame, per la realizzazione di tessuti tecnico-sportivi, per pellicole, detergenti e schiume anti-incendio). Ma a quella concentrazione (volendo tenere anche solo quota 6400 ng/litro) la provenienza - dicono i tecnici di settore che abbiamo consultato - non può che essere di origine industriale. Resta quindi senza risposta la domanda sulla provenienza di queste sostanze (veleni che - come sanno bene in Veneto dove le dimensioni del problema sono molto superiori - a contatto prolungato con gli esseri viventi possono causare tumori, infertilità, uno sviluppo anomalo dell’apparato genitale dei bambini, patologie della tiroide e del sistema nervoso). Quando i rifiuti vengono trasportati questi viaggiano con un codice identificativo. Si chiama Cer (Codice europeo dei rifiuti) ed è una sorta di “passaporto” delle sostanze depositate: il Cer ci dice da dove provengono quei materiali.

Veleni, presenza anomala 
Non è normale che nell’area della Maza siano state trovate queste sostanze e non a concentrazioni così elevate. Si tratta di rifiuti liquidi speciali.

Cosa si fa in questi casi
A fronte dei valori di Pfas individuati nel 2019 si sarebbe potuto fare un monitoraggio. Questo controllo non c’è stato e non c’è. Si è fermi ad una unica analisi del percolato, quella risalente a quattro anni fa, ma in tutto questo tempo non è stata data alcuna comunicazione a fronte di un dato a dir poco anomalo.

Nel fiume. Andrà tutto bene
Ciò che sappiamo oggi è che il percolato contenente Pfas a quelle concentrazioni è finito nel fiume Adige. Notizia confermata anche lunedì sera in consiglio comunale. Insomma con la diluizione di una sostanza pericolosa - che non doveva esserci, che non si sta cercando e che non si sta eliminando - abbiamo “risolto i problemi”, almeno quelli trentini. Il pericolo non riguarda la salute di noi oggi ma del nostro ambiente domani.

Cosa si potrebbe fare adesso
Il punto di questa vicenda è che la bonifica in corso alla Maza di Arco non prevede l’individuazione dei Pfas. Si tratta di una “bonifica a metà”. Nella discarica dovrebbe essere cercata la fonte della contaminazione e ci si dovrebbe assicurare che non sia proprio quello il punto dove passerà il collegamento viario Loppio-Alto Garda (un progetto da 125 milioni di euro) a cui la giunta provinciale e i suoi uffici tengono molto.

Come si può agire
ll percolato contenente Pfas può essere trattato con un sistema di osmosi inversa, che lascia un residuo del 5% che può essere spinto all’evaporazione. Il residuo potrebbe essere bruciato.

Cosa prevede l’Europa
C’è un progetto di messa al bando degli inquinanti organici persistenti. Detto ciò, il regolamento 1021/2019 del Parlamento Europeo vieta la diffusione nell’ambiente di queste sostanze. In Trentino sono state individuate. Poi sono state rilasciate nel fiume Adige.













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