La scossa di don Ciotti: «L’indifferenza è un male»
Il sacerdote fondatore di Libera ha incontrato gli studenti del Floriani e del Maffei Un ricordo particolare lo ha dedicato a Chiara Benedetti, scomparsa sei anni fa
RIVA. «Abbiate una sana curiosità, perché essere capaci di conoscere è fondamentale per diventare persone più responsabili. Le malattie più grandi per un Paese sono l’indifferenza, la delega e la rassegnazione: non si può essere cittadini a intermittenza, ognuno deve mettere in gioco la propria responsabilità sempre, ed essere parte attiva di un cambiamento che inizia anche dalle più piccole cose».
Si è rivolto ai giovani in modo chiaro e diretto Don Luigi Ciotti, fondatore e presidente nazionale di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, icona della lotta alla mafia e alla criminalità, che ieri mattina nell’auditorium della Chiesa di San Giuseppe ha incontrato gli studenti dell’Istituto Tecnico e Tecnologico “Floriani” di Riva e alcune classi del liceo “Maffei”: oltre un’ora di intervento per parlare di responsabilità, legalità, coraggio, ma anche dell’importanza della nostra Costituzione e dell’atteggiamento pericoloso di pensare che la mafia sia un problema circoscritto e di altre regioni. «È il noi che vince – ha aggiunto il prete coraggio, il guerriero della legalità, che ha guardato i “suoi” studenti uno a uno negli occhi, fermandosi ogni volta che c’è stata una voce distratta, fin quando l’attenzione non è tornata sulle sue parole - la legalità non è opera di navigatori solitari e la cosa peggiore è la rassegnazione di chi dice che nulla cambierà mai».
L’incontro, patrocinato dal Comune di Riva, è stata l’ultima tappa di un percorso sulla legalità e la convivenza civile promosso dai docenti di diritto, storia e italiano di Itet, e portato avanti con entusiasmo dagli studenti nel corso dell’anno scolastico. «La cultura non è imprescindibile solo per la lotta alle mafie, ma per il progresso sociale, civile e economico di un intero Paese – ha aggiunto - cultura significa cittadini svegli, positivamente inquieti, affamati di giustizia sociale, di bene comune e di opportunità equamente distribuite. Cultura è impegno per affermare la dignità e la libertà dell’essere umano, a ogni livello e latitudine, e un Paese che non investe o non investe più sulla cultura, smette in quel momento di essere un Paese libero. È la cultura che dà la sveglia alla coscienza e la mafia ha paura della coscienza».
Poi un attacco all'abuso dei cellulari e dei social: «Oggi vivete in un mondo che vi permette di avere più conoscenze ma che a volte manca di profondità – ha affermato - dovete imparare a riempire le parole di contenuti, per calare il virtuale nel reale, nella concretezza: l’uomo ha bisogno di relazioni, non di contatti usa e getta». E un monito, «siate persone oneste, che non vivono di superficialità ma che sono capaci di imparare il coraggio: un coraggio che comincia dai piccoli passi, dal fare scelte scomode e rifiutare i compromessi - ha commentato in chiusura - vi troverete spesso di fronte a dei bivi e vi auguro che stiate dalla parte della legalità, della libertà e della dignità umana».
Il sacerdote ha ricordato, poi, Chiara Benedetti, la trentacinquenne di Mori scomparsa sei anni fa e vicina a “Libera”: «Il mio cuore va a lei – ha detto - un punto di riferimento per questa regione, una donna che con tenacia si è battuta per la dignità e i diritti delle persone, dai migranti alle fasce più povere, e per la tutela dell’ambiente, e che dobbiamo fare in modo resti viva». In sala erano presenti i genitori di Chiara, di cui proprio oggi ricorre il sesto anniversario della morte, e i genitori di Marco Fedrigoni, l’arcense strappato alla vita giovanissimo e che oggi avrebbe compiuto 23 anni.