L'editoriale

Task force, un deserto di proposte

Lo studio dei sedici saggi incaricati dalla giunta provinciale di Trento: niente idee per il futuro. E tre gravi lacune


Paolo Mantovan


Quando in redazione abbiamo preso atto dei risultati dello studio dei sedici saggi nominati dalla Provincia, un po’, lo confesso, ci siamo spaventati. Perché vi sono formulati scenari quasi apocalittici e perché l’idea di vivere per altri due anni (se non addirittura quattro) con il distanziamento sociale ci ha fatto venire il magone a tutti. Poi, però, ho letto l’intero studio (63 pagine, più altre 11 di sintesi). E, non contento, l’ho riletto. Perché non riuscivo a capacitarmi. A fronte di scenari angoscianti, non trovavo idee per affrontarli. Qualche rimasticatura di vecchi schemi, alcune cose qua e là di cui si parla da anni (resilienza, digitalizzazione, sostenibilità...). Ma idee nel senso di idee vere, spunti pratici, neanche l’ombra. Proposte nuove per scenari nuovi: neppure una. 

Nello studio mancano clamorosamente tre cose:

1) Se gli scenari futuri sono così impattanti (e dopo l’esperienza che abbiamo già fatto in soli due mesi) il primo punto da risolvere è fare i conti con le necessità e l’aspettativa della popolazione rispetto al sistema sanitario pubblico. Va ritarato. Ma qui non se ne parla. Zero.

2) Sempre in base a questi scenari e non c’è alcun piano né alcuna indicazione rispetto a nuovo modello sulle Rsa e sulla cura degli anziani. Zero.

3) Non viene indicato in alcun punto quali strumenti adottare per recuperare risorse e denaro. Si continua a citare la Provincia come ente erogatore e si coinvolgono le banche a più riprese, ma non c’è una proposta reale su come raccogliere le risorse. Zero.

Con queste premesse è chiaro che il piano è molto più che monco. 

Poi, per carità, qualche elemento di buon senso c’è (come i problemi sociali emergenti e come tentare di affrontarli), ma si tratta quasi sempre di enunciazioni per le quali non serviva scomodare tanta saggezza. Quando si cita la sanità si continua a ridurre ogni questione all’efficientamento aziendale, ma abbiamo visto quanti difetti ha questo approccio rispetto alla vera cura e al controllo sanitario. Occorre puntare sulla medicina territoriale. Qui nulla. E sulla logistica delle scuole? E sui trasporti? E sul rapporto tra città e valli?

Spiace per Fugatti, in primo luogo, che forse faceva conto su questo sforzo della cosiddetta “task force”. Ma spiace soprattutto per noi, perché intanto il tempo passa mentre il Trentino ha bisogno di scelte chiare e decise. E spiace perché questo studio non offre alcun punto di partenza pratico a un vignaiolo, a un albergatore, a un imprenditore, a un autonomo. Niente. Zero.

Eppure già da questo giornale abbiamo lanciato a più riprese idee e sollecitazioni: sia su come reperire risorse (a partire dalla proposta di emettere un bond regionale, che oggi viene rilanciata anche da Walter Alotti segretario della Uil) e su che cosa investire per il futuro, sia su come avviare un ragionamento sul ritocco del sistema sanitario e sulla necessità di rivedere il modello dell’assistenza agli anziani. 

Servono idee forti per ripartire: sia nell’approvvigionamento delle risorse (che abbiano la capacità di generare altra ricchezza oltre che di offrire immediata liquidità), sia nella costruzione di alcuni punti focali per il futuro del Trentino.

Da parte delle minoranze, come ha ben raccontato Gianpaolo Tessari venerdì su questo giornale, c’è stato uno sforzo interessante. Innanzitutto è stato un esercizio di “unità per il Trentino”. Poi sono stati messi a fuoco alcuni punti fondamentali e si è abbozzato qualcosa sul versante economico. Però anche qui idee importanti e di cambiamento strutturale (necessario) neppure l’ombra. Niente. Zero.

Quindi: abbiamo un problema. Ancora non si vedono idee di prospettiva. Idee che escano dal serraglio delle vecchie esperienze. Qui è necessario uscire dai vecchi schemi, perché la situazione è nuova. Bisogna raccogliere a piene mani dalle vicende post-belliche immaginando strumenti simili ma calati in una realtà sociale ed economica che impone il distanziamento anziché la socialità. Mentre si deve salvaguardare ciò che funziona con la socialità (gli alberghi, i teatri e tutto ciò che è assembramento nonché vita reale) perché la socializzazione è il motore delle relazioni e dell’economia, occorre saper traversare una fase diversa, quella della pandemia e delle sue conseguenze, che può pure ripetersi o ripresentarsi in forma attenuata. E allora bisogna saper inventare. Oppure copiare da chi è bravo. Ma soprattutto è necessario svegliarsi. 

E che non venga in mente a chi ci governa di seguire il consiglio che leggo a pagina 11 della sintesi della task force e che qui riporto: “si incoraggia l’adozione di uno stile di comunicazione pubblica prudente, equilibrato, socialmente responsabile...”. 

Qui si tratteggia il popolo come “gregge”, qui - da questa lettura dei saggi - ne esce un “popolo bue” che chi governa deve tener a bada. Un’indicazione cattedratica e straordinariamente snob che non considera la politica come elemento fondante della società e che relega i cittadini al ruolo di “gregge”. Speriamo che Fugatti cestini questo studio.

 













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