Il messaggio che arriva dall'Umbria



S’aspettava la sconfitta, il centrosinistra. Non certo la batosta. Anzi: il massacro. Perché, elettoralmente parlando, la pur piccola Umbria manda un segnale forte e chiaro. Un segnale locale: la delusione per il (mal)governo uscente (gli scandali nella sanità hanno lasciato un solco profondo); la rabbia per un terremoto di cui ci si occupa e preoccupa giorno e notte per un mese e di cui, a tre anni di distanza, nessuno parla più, a cominciare da chi aveva fatto grandi promesse. Ma l’Umbria manda anche un segnale nazionale, benché sia sbagliato enfatizzarlo eccessivamente, come sta invece facendo più d’uno in queste ore. Come ho già scritto, l’Umbria è l’Umbria. Non è l’Italia. Non è Palazzo Chigi. Non è l’Ohio, per restare alla metafora dello stato americano che decide le sorti di un’intera nazione. Ma venti punti di distanza - tanti ne ha rifilati la nuova presidente Donatella Tesei a Vincenzo Bianconi - fanno comunque tremare chi ipotizzava, qui e altrove, maggioranze capaci di fermare l’avanzata di Salvini e il volo della Meloni. Esperimento morto in culla. Per paradosso, il Pd - travolto da più di uno scandalo in Umbria e arrivato a questo voto frantumato come al solito - ha quasi tenuto. Ma la totale disfatta del Movimento 5stelle ha trasformato in un ghiacciolo lasciato al sole d’agosto il “nuovo” centrosinistra o la sinistra-sinistra, come si dovrebbe chiamare la coalizione alla luce del ruolo marginale del “centrista” Renzi, che sta fra l’altro già rimettendo in discussione tutto. Serenamente, com’è suo costume.

Il centrodestra giustamente festeggia. Sa sempre ricompattarsi al momento giusto e sfruttare al meglio le sue punte: Berlusconi, Meloni, Salvini, a seconda delle stagioni e dei venti. La vittoria in Umbria è da tutti considerata una tappa: la gara vera si svolgerà a gennaio in Emilia Romagna, ultima vera roccaforte - sociale e culturale, ancor prima che politica - della sinistra. In Umbria, fra l’altro, si sono sgonfiati anche gli alibi: la crescita dei votanti (più tredici per cento) è un dato insieme bello e illuminante. Dice che si vuole partecipare, che si vuole contare. E dice che il cambiamento è qualcosa di più di un desiderio. Al punto che se non arriva davvero - ed è questo che gli elettori grillini imputano ai loro leader - si è disposti a cambiare continuamente. Qualche domanda dovrebbero forse iniziare a porsela anche Caramaschi e i suoi potenziali sostenitori. 













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