«Orsa uccisa a Caldes, pelle trovata a Fondo: rafforzare le azioni antibracconaggio»
Le associazioni Enpa, Io non ho paura del lupo, Lipu e Wwf chiedono uno scatto alle istituzioni locali a fronte dell'aumento degli atti illegali contro i grandi carnivori in Trentino. Critiche all'Associazione cacciatori: «Bene la condanna di simili episodi ma è un errore parlare di un generico sentimento di insofferenza della comunità verso gli orsi»
POLEMICA «Lupi e orsi presenza storica: non si decide con i sondaggi»
Quattro associazioni protezionistiche di primo piano hanno diffuso questa mattina, lunedì 29 settembre, un comunicato congiunto per manifestare l'allarme sulla tutela degli orsi in Trentino.
«La notizia dell’uccisione a colpi di arma da fuoco dell’orsa ritrovata nei boschi di Caldes, a pochi giorni dal ritrovamento della pelle scuoiata di un piccolo orsetto nel parco giochi di Fondo, segna un salto di qualità nella spirale di violenza contro la fauna protetta in Trentino», scrivono Enpa (Ente nazionale protezione animali), Io non ho paura del lupo, Lipu (Lega protezione uccelli) e Wwf locali.
«Proprio per questo - proseguono le quattro associazioni - le parole pubbliche dovrebbero ridurre il rischio, non alimentarlo. In Trentino girano bracconieri, cioè persone armate e pronte ad uccidere: chiunque "giustifica" e comunque non delegittima con chiarezza questi gravissimi reati, sta mettendo in discussione il rispetto della legge, su cui si fonda la nostra società».
In questo contesto, i quattro sodalizi criticano una parte delle dichiarazioni arrivate dall'Associazioni cacciatori trentini, che nel condannare l'episodio di violenza ha ricordato anche che le comunità locali sono in difficoltà crescente nella convivenza e ha auspicato una gestione faunistica che contempli la rimozione degli esemplari di orso più problematici.
Una linea che non piace alle associazioni, le quali, nel comunicato odierno, criticano le parole del presidente dei cacciatori, Matteo Rensi, pur plaudendo alla condanna dell'atto «fortunatamente espressa».
Ciò che non accettanno sono i distinguo sul clima sociale, criticano i «ma» che orienterebbero il confronto «spostando il discorso della responsabilità penale dei bracconieri a un generico sentimento di insofferenza della comunità».
Secondo le associazioni, i due aspetti vanno tenuti decisamente distinti: «Insinuare che la stanchezza possa valere come attenuante - scrivono - è pericoloso: legittima scorciatoie e accende il conflitto proprio dove servono freddezza, precisione e responsabilità.
Chi rappresenta un mondo che opera con le armi ha il dovere etico di una condanna senza ambiguità».
In ogni modo, dai recenti episodi, che seguono ad altri casi analoghi avvenuti nei mesi e anni scorsi, le quattro associazioni traggono una conclusione: «Oltre alle responsabilità individuali di chi rappresenta associazioni e istituzioni, gli eventi recenti impongono un ripensamento radicale dell’approccio provinciale ai grandi carnivori.
Continuare a considerarli esclusivamente come un “problema” da contenere è riduttivo e controproducente.
Orsi e lupi sono parte integrante degli ecosistemi alpini e la convivenza non è una scelta opzionale, ma una necessità: le strategie repressive o di rimozione indiscriminata non eliminano i rischi - che vanno gestiti - ma anzi alimentano conflitti sociali, illegalità e danni reputazionali, nonchè l’illusione che il problema sia davvero risolvibile a colpi di fucile a fronte di specie in espansione su tutto l’arco alpino.
La convivenza si realizza con prevenzione dei danni e rimborsi rapidi e trasparenti, interventi mirati alla risoluzione dei problemi - non alla sola "rimozione" degli animali lasciando irrisolti i punti deboli -, educazione diffusa su comportamenti corretti in montagna, gestione dei rifiuti e degli attrattivi, coordinamento tra istituzioni, operatori e comunità locali: tutte cose già ripetute fino alla nausea non solo dalle associazioni e in parte pure in attuazione, ma che in una terra che sperimenta in maniera più acuta di molte altre la strada della convivenza, vanno ulteriormente raffinate e potenziate soprattutto a fronte di questi atti infami.
L’allarmismo ingiustificato è oggi il principale moltiplicatore di rischio: se ogni avvistamento diventa “emergenza” e si ripete che “la gente è stufa”, non si informa, si fa terrorismo. La paura così costruita non protegge nessuno, ma alimenta imprudenze sul territorio e offre un alibi a chi sceglie la via illegale.
Non bisogna nemmeno nascondersi dietro ai continui record del turismo per evitare l’evidenza di un ennesimo danno d’immagine per il Trentino. L’attrattività della Provincia si fonda sull’attenzione alla naturalità dei suoi territori: paesaggi integri, fauna selvatica, boschi e aree protette sono parte dell’identità collettiva, dell’economia turistica e del posizionamento internazionale del marchio Trentino.
L’immagine di terra “di natura” che attira visitatori, come confermano i sondaggi più recenti, non è minata dalla presenza dei grandi carnivori, bensì dall’azione di pochi criminali che scelgono la via del veleno e delle armi. Costoro vanno isolati culturalmente e perseguiti penalmente.
Il ruolo delle istituzioni deve essere quello di costruire equilibrio tra esigenze economiche e tutela di specie protette, rispettando gli impegni assunti a tutti i livelli.
Per questo chiediamo indagini rapide e trasparenti, costituzione di parte civile da parte degli enti pubblici, rafforzamento dei controlli e dei nuclei antibracconaggio, nonché campagne di informazione che parlino a tutta la popolazione.
La legalità non ammette “ma”. Difendere orsi e lupi significa difendere la credibilità delle istituzioni, la sicurezza delle persone e il futuro della montagna trentina», concludono Enpa del Trentino Io non ho paura del lupo, Lipu - Delegazione Trentina e Wwf Trentino Alto Adige.