Mauro Gobbi: così esploriamo le forme di vita presenti sui ghiacciai
Uno scenario, ora in evoluzione per il riscaldamento climatico, descritto dal ricercatore del Muse che si occupa di biodiversità e di ecologia degli ambienti d’alta quota: «Ci sono lieviti, alghe, muschi, invertebrati acquatici e invertebrati terrestri, insetti, ragni...»
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C’è vita sui ghiacciai, ad eccezione della frequentazione umana? Sì, anche se gli organismi che si sono adattati a vivere su superfici apparentemente inospitali non sono osservabili facilmente.
Lo spiega Mauro Gobbi, ricercatore del Muse, che si occupa di biodiversità e di ecologia degli ambienti d’alta quota.
Una specializzazione iniziata durante il suo dottorato di ricerca a Milano e, da circa vent’anni, diventata la sua principale attività: studiare gli organismi che vivono negli ambienti estremi.
Perché questa specializzazione?
«Fino a vent’anni fa, la conoscenza della biodiversità degli ambienti glaciali era molto limitata - erano visti come ambienti talmente estremi da non consentire la vita - come lo erano i dati. Uno dei primi è una citazione di Antonio Stoppani sul suo libro “Il Bel Paese”.
L’abate Stoppani racconta che durante la visita di un ghiacciaio raccolse sotto i sassi quelle che lui chiama “pulci”. È una delle prime segnalazioni di vita sui ghiacciai di Collemboli, organismi di dimensioni millimetriche imparentati con gli insetti. Scuri, gregari, continuano a saltellare e sono perfettamente adattati a vivere sui ghiacciai».
Quindi sui ghiacciai la vita c’è.
«Sui ghiacciai c’è tantissima vita, che nella maggior parte dei casi non riusciamo a cogliere trattandosi di organismi microscopici come i batteri. Ci sono lieviti, alghe, muschi, invertebrati acquatici e invertebrati terrestri, quindi organismi simili ai lombrichi, insetti, ragni. In alcuni ghiacciai coperti da detrito roccioso vivono anche piante, e tutti questi organismi sono in relazione fra loro.
Lo abbiamo dimostrato sviluppando un progetto di ricerca sul ghiacciaio dei Forni, in Valtellina, dove questi organismi sono presenti, e ne stiamo studiando l’interazione: fondamentalmente si tratta di rapporti preda-predatore. I Collemboli, organismi chiave nelle reti alimentari, si alimentano di alghe e sono prede di ragni e insetti, a loro volta prede di uccelli. Tutti questi organismi si sono adattati nei millenni a vivere in condizioni di temperatura media annuale attorno agli zero gradi. Con i cambiamenti climatici, chi vive sulla superficie del ghiacciaio si trova ad avere la propria “casa” sempre più piccola».
Cosa sta accadendo con il progressivo ritiro glaciale?
«I ghiacciai possiedono una notevole varietà di habitat. Pensiamo ad esempio alla zona di accumulo e alla zona di ablazione, dove possiamo avere il ghiaccio, sulla cui superficie scorre acqua di fusione, ci sono cavità, c’è la copertura di detrito roccioso dove si accumula sostanza organica, quindi vita.
Uno degli effetti dei cambiamenti climatici in atto è l’aumento di copertura di detrito: se è inferiore a circa 5 centimetri, il detrito fine aumenta la fusione del ghiacciaio; se è superiore funge da coperta isolante e rallenta la fusione; allo stesso tempo il detrito diventa il substrato perfetto per essere colonizzato da una miriade di organismi.
Abbiamo casi eclatanti: sul ghiacciaio del Miage (Monte Bianco) e su quello del Belvedere (Monte Rosa), nelle parti terminali anche a quote attorno ai 1.800-1.900 metri riescono a vivere specie tipiche degli ambienti d’alta quota. Su questi ghiacciai stiamo scoprendo, e descrivendo, non solo specie nuove per la scienza, ma anche specie endemiche».
Come si origina la vita nelle aree liberate dal ghiaccio?
«C’è un aspetto positivo dal punto di vista scientifico perché nel momento in cui il ghiacciaio si ritira lascia di fronte a sè un substrato vergine che viene colonizzato.
È un caso unico sul nostro pianeta la possibilità di studiare come gli organismi colonizzino per la prima volta un ambiente quasi sterile. Dalla bassa quota arrivano specie poco esigenti, ben adattate a climi più caldi, a contatto con le comunità tipiche dell’alta quota e degli ambienti glaciali con i quali entrano in competizione.
Dal momento che le comunità di organismi molto specializzati sono meno competitive, aumenta il loro rischio di estinzione. Il ritiro glaciale sta aumentando la biodiversità sulle nostre Alpi, ma a scapito di quegli organismi specializzati a vivere in alta quota».
Che aree deglacializzate state studiando, nello specifico?
«Studiamo fondamentalmente due tipi di ghiacciai: le aree deglacializzate, chiamate piane proglaciali, che raggiungono quote molto basse, e quelle posizionate in alta quota.
Nel Trentino abbiamo lavorato sulla Vedretta d’Amola e sulla Vedretta d’Agola, nel Parco Naturale Adamello Brenta. Rispetto ai ghiacciai del Nord Europa, sulle Alpi siamo di fronte a cambiamenti molto più rapidi. Nell’arco di vent’anni io stesso ho assistito alla scomparsa del ghiacciaio del Trobio, in Lombardia».
Mauro Gobbi parlerà di questo e altri temi il 14 aprile 2026 al Museo geologico delle Dolomiti di Predazzo in una conferenza dal titolo «Il clima e i suoi dimenticati: viaggio nella biodiversità glaciale».
[nella foto, Marmolada vista dal Piz Boè, 2022, credits: Zenone Sovilla]