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«Le frane sulle Dolomiti segnali del mutamento climatico»

Intervista con il geologo del Muse Marco Avanzini, alla luce del ripetersi di crolli, come quelli recenti di Cima Falkner, nel Brenta: lo scioglimento del ghiaccio in quota non trattiene più i blocchi pericolanti e secondo alcuni studiosi, l’innalzamento delle temperature estive sta portando alla fusione del ghiaccio antico nella roccia e le fessure si riempirebbero così d’acqua che rigelandosi d’inverno le allargherebbe ulteriormente

BRENTA Il caso dei crolli ripetuti a Cima Falkner
SARCHE Crollo sul sentiero di rientro dalla ferrata Pisetta


FABRIZIO TORCHIO


Il 28 maggio 2025, il villaggio svizzero di Blatten è stato quasi interamente sepolto da oltre 300 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio e in autunno, nei Grigioni, l’abitato di Brienz è stato evacuato per il rischio di crollo di una zona rocciosa a monte.

Il 25 novembre scorso, a Roveré della Luna, è stata ricordata la frana del 2000. Frana che minacciò il paese e costrinse all’evacuazione.

A Marco Avanzini, geologo del Muse, abbiamo posto qualche domanda.

Come si originò la frana di Roveré della Luna?

«Le continue precipitazioni di quell’autunno resero saturo d’acqua un imponente deposito detritico alloggiato nella parte alta della Valle dei Mulini che a un certo punto cominciò a muoversi lentamente verso valle. Il movimento superficiale fu notato dai tecnici del Comune che allarmarono i tecnici del Servizio geologico della Provincia permettendo così il tempestivo monitoraggio del corpo di frana e l’attivazione della macchina logistica provinciale.

Tra il 24 e il 25 novembre, il fronte del versante cominciò a collassare. Uno smottamento di oltre 200 mila metri cubi di ghiaia e fango iniziò a riversarsi nell’alveo del rio dei Mulini minacciando il paese e costringendo oltre 1.500 persone a lasciare le proprie case nel cuore della notte. In poche ore i vigili del fuoco volontari piazzarono oltre 40.000 sacchi di sabbia, barriere metalliche e blocchi in cemento per evitare che le colate investissero le case dell’abitato.

I mezzi meccanici lavoravano instancabilmente per permettere all’acqua e al fango di defluire verso la piana dell’Adige mentre a monte i tecnici controllavano l’evoluzione della frana dando indicazioni a chi lavorava a valle.

Grazie al lavoro di moltissime persone coordinate dalla Protezione civile, tutto si risolse senza gravi danni e le persone poterono rientrare a casa una settimana più tardi. Pochi giorni dopo iniziarono i lavori di messa in sicurezza del versante che continuano ancora oggi».

Nell’estate scorsa, il degrado del permafrost è stato imputato come possibile causa delle frane di Cima Falkner (foto), nelle Dolomiti di Brenta. Analoga origine sembra avere la frana sul Pelmo. Questi fenomeni potrebbero aumentare con i cambiamenti climatici? Che meccanismo viene messo in atto con il cedimento del «collante» freddo?

«Le frane dolomitiche sono uno dei tanti dei segnali del mutamento climatico in atto e i crolli sono legati allo scioglimento del ghiaccio in quota che non trattiene più i blocchi pericolanti. Alcuni ricercatori pensano che l’innalzamento delle temperature estive, riscontrato negli ultimi anni, stia portando alla progressiva fusione del ghiaccio intrappolato nelle fenditure delle rocce: d'estate, le fessure non più chiuse dal ghiaccio antico si riempirebbero così d’acqua che, rigelata l’inverno allargherebbe ulteriormente le fessure secondo il fenomeno del “crioclastismo” che porta al frazionamento progressivo degli ammassi rocciosi.

Cicli annuali di gelo-disgelo progressivi creerebbero così una maggior propensione al distacco di porzioni di roccia con conseguenti possibili fenomeni di crollo o di ribaltamento gravitativi».

Se è destino delle montagne sgretolarsi, è possibile prevedere almeno in parte questi fenomeni?

«Molti studi sono in corso ma siamo ancora lontani dal capire esattamente quali siano i complessi meccanismi che controllano l’evoluzione dei versanti montuosi.

Negli ultimi anni le tecniche di previsione, rilievo e gestione delle situazioni potenzialmente pericolose sono notevolmente migliorate grazie a strumenti di monitoraggio e modelli meteorologici sempre più precisi ed affidabili. Dobbiamo tenere conto tuttavia che in un territorio complesso e fragile come quello trentino il rischio non è completamente eliminabile.

La prevenzione e il monitoraggio delle frane combinano tecniche tradizionali e innovative (droni, satelliti, sensori) per capire, prevedere e mitigare il rischio, attraverso l'osservazione continua del terreno con strumenti come gps, inclinometri, georadar, e l'analisi dei dati per pianificare interventi di stabilizzazione e proteggere le comunità, supportando la protezione civile. Anche la memoria ha un ruolo non trascurabile.

È vero che oggi i fenomeni sembrano evolversi in modo repentino e imprevedibile ma nelle montagne è conservata memoria della loro fragilità.

Alcune frane hanno, ad esempio, quelli che possono essere definiti “tempi di ritorno” ovvero ogni quanti anni un evento franoso di una certa intensità è probabile che si ripeta. Certo stabilirli è complesso perché le frane hanno frequenze e cause variabili e spesso eventi considerati rari si verificano ravvicinati, rendendo la situazione eccezionale e difficile da prevedere con precisione.

Solo per dare un’idea del grande lavoro che oggi il sistema provinciale mette in campo basti dire che in Trentino sono state censite 9.385 frane di cui 5.389 relative a singoli eventi franosi, 20 a deformazioni gravitative profonde di versante, e 2.244 riferite ad aree franose. Il 35% di queste frane è attivo, ovvero mostra segni di movimento.

Per approfondire le conoscenze e per definire l’evoluzione nel tempo dei movimenti, molti di questi fenomeni franosi sono attualmente monitorati dal Servizio geologico della Provincia con l’ausilio di strumentazione dedicata alla rilevazione di dati utili allo studio e alla sorveglianza dei loro movimenti. Questo permette di mettere in campo azioni di prevenzione che tendono a mitigare il rischio e, al contempo, di poter attivare rapidamente interventi calibrati e proporzionati al tipo di evento». 













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