ITINERARI

Valle del Sarca, la genesi e il fascino lunare delle Marocche

Tra Pietramurata e Dro il paesaggio, visitabile a piedi o min bici, alterna caotici ammassi di blocchi rocciosi, aree di vegetazione pioniera, arbusti, cespugli, colline di rocce rotte, desolate conche pietrose e oasi boscate. Si tratta del risultato di alcune frane storiche: la più antica crollò dal monte Brento e risalì sul versante opposto poco dopo il ritiro del grande ghiacciaio del Garda

GARDA San Giovanni sulla Rocchetta: una chiesa-torre arcaica


FABRIZIO TORCHIO


Nella Valle del Sarca non è l’unica, ma è la più vasta e impressionante. Parliamo della frana postglaciale delle Marocche - uno dei paesaggi rocciosi e aridi più estesi delle Alpi - che fra Pietramurata e Dro alterna caotici ammassi di blocchi rocciosi, aree di vegetazione pioniera, arbusti, cespugli, colline di rocce rotte, desolate conche pietrose e oasi boscate.

È un paesaggio che ha impressionato più di un viaggiatore.

Ottone Brentari, nella sua “Guida del Trentino” pubblicata fra Otto e Novecento, scrisse che «Quella triste e mesta rovina, è raramente interrotta qua e là da qualche gramo campicello e povera casetta, e presenta una scena molto più orridamente grandiosa e maestosa che gli Slavini di Marco».

Mezzo secolo più tardi, Aldo Gorfer, in «Le valli del Trentino» vi intravvide un «caotico deserto pietroso attraversato sinuosamente dal Sarca che si è aperto la strada tra i detriti e incidendo la morena sottostante».

Non comune nelle Alpi, la spettacolare distesa bianca e grigia (biotopo provinciale) è attraversata da un sentiero accessibile da vari punti, sfiorata dalla pista ciclabile della valle e facilmente osservabile dalla statale 45 bis e dalla strada del lago di Cavedine.

Nel suo ambiente “lunare” arido e pietroso, si realizza l’inconsueto incontro fra piante subalpine e specie mediterranee, e la singolarità del paesaggio si combina con altri motivi di interesse.

Come la centrale idroelettrica di Fies, «centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee».

È un ambiente misteriosamente attraente, quello delle Marocche. Ancor più affascinante se si pensa che alcuni dei grandi massi conservano le orme di dinosauri che percorsero le spiagge sabbiose di 200 milioni di anni fa.

Ma non è il risultato di un unico crollo, come si potrebbe pensare osservando le nicchie di distacco sulle grandi pareti delle montagne sovrastanti, il Casale e il Brento.

«Una leggenda narra che sotto i macigni delle Marocche di Dro sia sepolta la mitica città di Kas», ricorda Marco Avanzini, geologo del Muse. «A rendere reale la tradizione popolare è il ritrovamento, a più di 10 metri di profondità, di un livello di ceneri e di un tegolone di epoca romana, riemerso durante i lavori di scavo del canale sotterraneo che doveva alimentare la centrale di Fies nel 1907».

Avanzini, qual è la genesi di questa enorme distesa di pietra?

«La vasta distesa delle Marocche di Dro è Riserva naturale provinciale dal 1989 e sito di importanza comunitaria inserito nella rete europea di aree protette Natura 2000.

Le Marocche di Dro sono la frana più grande dell'intero arco alpino occupando un’area di oltre 13 chilometri quadri con un volume di materiale franato che supera i 1.000 milioni di metri cubi di roccia.

Dopo la massima espansione dei ghiacciai, avvenuta circa 20mila anni fa, cominciò un lento ritiro che interessò anche il ghiacciaio del Garda, che per millenni aveva occupato la valle della Sarca. In conseguenza del venir meno della poderosa pressione sui versanti, alcuni di questi - e principalmente quello del Brento - cominciarono a franare a più riprese sbriciolandosi in una miriade di frammenti che a grande velocità risalirono il versante opposto della valle accumulandosi gli uni sugli altri.

È stato accertato che la distesa di blocchi calcarei che oggi vediamo è il risultato di almeno sei grandi frane sovrapposte: la più antica è quella delle Marocche in senso stretto, che crollò dal Brento e risalì sul versante opposto poco dopo il ritiro del grande ghiacciaio del Garda.

Circa 3.000 anni fa si staccò dallo stesso versante la Frana di S. Abbondio, e poi crollarono, probabilmente a seguito di un terremoto, quella di Kas (radiodatata all'anno 1080 ± 160) e infine quella di Lasino».

Aggiungi Giornaletrentino.it tra le fonti preferite del tuo account Google

Che cosa si può scoprire al suo interno?

«Le rocce franate che si ruppero in blocchi grandi e piccoli mettono in luce ancora oggi ciò che in esse era contenuto: noduli di selce, fossili silicizzati e persino alcune orme di dinosauri.

Ma la cosa peculiare è che in questo deserto roccioso si è creato un ecosistema del tutto caratteristico. Le piante che vi crescono si sono adattate alla severa aridità e alla presenza di un suolo pietroso, molto povero di humus.

Vi sono intere zone dove solo qualche bonsai naturale cresce tra i massi, altre in cui si sviluppa una vegetazione a cespugli o a bosco termofilo con terebinto e pero corvino. In una depressione tra i massi e la ghiaia bruciati dal sole si è però formata anche una piccola oasi, il Laghisol, uno specchio d’acqua che offre rifugio a piante e piccoli animali di palude».

📷 Ufficio stampa Provincia autonoma di Trento













Ambiente&Percorsi

Il Punto

Coldiretti, la "Mappa della Sete": il caldo mette a rischio il 30% delle colture

Rischio siccità, possibile la compromissione dei raccolti estivi e autunnali su tutto il territorio nazionale - seppur in diversa misura. La mappatura di Coldiretti propone come siano anche in aumento i costi per irrigazione ed energia, rischio in aumento: l'Italia trattiene appena l'11% dell'acqua piovana. In Trentino cala la produzione del latte 

Primo piano