Ore 3.30: l’Adige sfonda e Trento va sotto acqua

Cinquant’anni fa (4-5 novembre del 1966) la grande alluvione travolse il Trentino Interi quartieri sommersi, vallate isolate, migliaia di sfollati e 22 vittime


di Mauro Lando


di Mauro Lando

TRENTO

Mezzo secolo è passato da quella notte tra il 4 e il 5 novembre 1966 – tra pochi giorni scatterà l’anniversario - quando lo straripamento dell’Adige allagò tutta l’area nord di Trento con il bagnasciuga posto a metà di via Belenzani. Oltre al capoluogo, in quella notte di tragedia tutta l’area orientale del Trentino fu disastrata con territori coperti di massi e ghiaia portati da torrenti impazziti. Ciò che successe in particolare in Valsugana e nel Primiero è entrato nella storia e in quella storia vanno collocate anche 22 vittime. Lutti e danni si contarono anche in Fiemme, Fassa, Rendena, val di Sole: tutto il Trentino fu coinvolto.

Sono passati 50 anni, il mezzo secolo che più di altri ha cambiato il Trentino. Lo dimostra il fatto che allora la provincia era inserita nelle cosiddette “aree depresse del centro nord” e ora è uno dei luoghi europei con la migliore qualità della vita. Eppure, nonostante le trasformazioni, la “grande alluvione” è rimasta nelle coscienze come ammonimento, rinvigorito (purtroppo) il 19 luglio 1985 dalla tragedia di Stava dove i morti furono 268. La “grande alluvione” è rimasta nelle coscienze come segno della fragilità del territorio anche perché non è stata un episodio isolato: con conseguenze minori, piccoli o medi allagamenti si sono infatti ripetuti.

A distanza di cinque decenni sembra opportuno riscrivere la cronaca di quegli avvenimenti così che, accanto alla memoria complessiva dell’avvenimento, si rinnovi anche la conoscenza dei fatti concreti.

Ebbene, nei giorni 3,4,5 novembre 1966 caddero a Trento 163 millimetri di pioggia, sul Paneveggio ed a Caoria nel Vanoi – Primiero caddero tra i 320 e 332 millimetri, ossia una massa d’acqua gigantesca. E’ da questi numeri pertanto che è opportuno cominciare, segnalando che all’idrometro del ponte di San Lorenzo a Trento alle 8 del 4 novembre la quota dell’Adige era di 5,9 metri, alle 23 del medesimo giorno era arrivata a 6,30. Fino a quel momento il massimo storico era stata la cifra di 6,11 metri registrata nel 1882.

Fu così che a Roncafort, a nord della città, alle 3,30 del 5 novembre l’argine cedette e iniziò l’alluvione della città. L'acqua invase l'area commerciale e industriale di via Maccani dove allagò fabbriche come la Sloi, le vicine Carbochimica e Officine elettrochimiche, un numero elevato di altri capannoni oltre alla ferrovia. La massa d’acqua sommerse poi via Brennero, i rioni di Cristo Re, Solteri, San Martino, via Suffragio, piazza Dante e la stazione con San Lorenzo: in base ai dislivelli la linea del bagnasciuga passava da via Verdi, metà di via Belenzani, via San Marco, metà di piazza della Mostra. Sul versante sud anche larga parte della Bolghera era sotto acqua a causa dello straripamento del torrente Salè.

Danni, disperazione, pericolo: ecco a cosa dovettero far fronte migli. aia di famiglie con l'acqua alla finestra del primo piano, un'acqua che era nera perché mista a gasolio da riscaldamento ed anche da benzina. Il gasolio era fuoruscito dalle cisterne perché più leggero e quindi stazionava a pelo d’acqua. Da qui il ripetuto appello via radio da parte dei vigili del fuoco di non accendere fuochi: il rischio era un incendio generale.

Questo in sintesi è quanto successe in città, ma poteva accadere di peggio, molto peggio. Ad evitarlo fu l’ingegnere Federico Menna, capo del Genio civile che alle ore 14 del 4 novembre dispose il cosiddetto “servizio di piena”, ossia l’allarme generale. Avute successive informazioni che nel bacino del Noce le piogge si erano aggravate, alle 19,30 dispose sotto la sua responsabilità la chiusura delle paratoie di sforo della diga di Santa Giustina a valle di Cles. La quota di massimo invaso fu così alzata da 530 a 531 metri sul livello di mare, il che trattenne 5 milioni di metri cubi di acqua che altrimenti avrebbero anch’essi invaso il capoluogo con effetti vieppiù disastrosi. Nulla però si poté fare per diminuire la valanga di acqua e detriti che portava l'Avisio.

Semplificando, Trento da nord fu allagata dalla massa d'acqua dell'Avisio, ma se contemporaneamente fosse arrivata anche la “valanga” dal Noce i danni sarebbero inimmaginabili.

Un cenno merita l’Avisio. Ingrossato dai rivi che scendevano dall’area del Lagorai, nella sua furia ha portato a valle oltre 1100 metri cubi di acqua al secondo. Questa massa liquida era accompagnata da una quantità enorme di detriti che in larga parte sono stati versati nell’Adige così che dal ponte dei Vodi in poi il letto del fiume si è alzato, favorendo la tracimazione a Roncafort.

Perché tanta acqua in quei giorni? A parte il vortice ciclonico che aveva investito tutta l’Italia, un caldo vento di scirocco provocò in montagna il rapido scioglimento della neve che era caduta a fine ottobre.

Che successe nelle valli del territorio provinciale? Il disastro colpì soprattutto l'area orientale, ossia in Fassa e Fiemme, Primiero, Tesino e bassa Valsugana, ma anche a Terragnolo dove ci fu una vittima e lungo tutto il corso dell'Adige che allagò le campagne fino ed oltre in confine con il Veneto. Meno colpita, seppure i lutti non siano mancati, la parte occidentale dove i danni maggiori si ebbero in Rendena e in Val di Sole.

Il disastro più vasto si ebbe nel Primiero - Vanoi: a Masi di Imer una cinquantina di case erano circondate da tre metri di fango, a Imer tre case e molti masi e fienili erano crollati, a Mezzano il fango circondava le case da cui gli abitanti tentavano di salvare il salvabile, a Tonadico otto case abbattute, venti danneggiate, distrutta la centrale elettrica, Pieve era invasa da fiumi di sassi, a Fiera un albergo danneggiato, Canal San Bovo e Caoria irriconoscibili e isolati per le devastazioni dei torrenti Lozen e Vanoi. Qui morì per il crollo di un ponte un uomo di Canal San Bovo che spingeva il proprio recalcitrante gregge.

La bassa Valsugana era un acquitrino o un deserto di sassi e massi. Terribili sono le immagini di Villa Agnedo ed aree vicine coperte per ettari da massi portati a valle dal torrente Chieppena che in poche ore aveva scavato il suo letto morenico portando ghiaia e massi ciclopici a valle distruggendo anche i ponti. Strigno ebbe il centro storico esploso per il passaggio sotterraneo del rio Cinaga. Grigno si salvò dal torrente omonimo perché gli argini resistettero, ma poi il corso d'acqua dilagò nella valle interrompendo la statale e la ferrovia. Borgo ebbe il centro storico allagato dal Brenta e il Moggio, che scende dalla valle di Sella, assediò Olle.

Sull'altro versante del Lagorai, verso la valle dell'Avisio, la distruzione colpì Moena percossa dal rio San Pellegrino e Predazzo dove il Travignolo la fece da padrone e provocò una vittima. Fu però nella bassa valle di Fiemme che l'Avisio, con i suoi rivi affluenti, dimostrò di essere il più pericoloso del torrenti. Il bacino di Stramentizzo, ormai al colmo e coperto da tronchi strappati dalle foreste, nel pomeriggio del 4 novembre fu parzialmente aperto e così si formò l'onda di piena che distrusse case a Lavis e che, arrivata all'Adige, contribuì all'allagamento della città.

Nel Trentino Occidentale i danni e le devastazioni, pur presenti, non ebbero il livello dell'altra parte del territorio provinciale. Non mancarono però le vittime: se ne contarono tre a Ches di Spiazzo Rendena dove una frana distrusse quattro case. Nella valle di Sole due case di Cassana di Caldes furono invase da una frana, due persone non fecero in tempo a fuggire e perirono nel disastro.

Da ricordare infine che il 4 novembre al ponte di Ravazzone a sud di Rovereto venne aperta la galleria Adige Garda che in 36 ore scaricò nel lago 64 milioni di metri cubi di acqua determinandone un innalzamento di 18 centimetri.

Questi i disastri, ma forte fu anche la solidarietà e l’opera di salvataggio sia in città che nelle vallate. Commissariato del Governo, Regione e Provincia, ciascuno per le proprie competenze, si impegnarono per salvare le persone e poi ripristinare e ricostruire. Ci fu una novità in quel frangente: l’uso dell’elicottero della Regione per trasportare persone e soccorsi. Fu il suo primo largo impiego come strumento di protezione civile.













Ambiente&Percorsi

IL LIBRO

Bekoff e Pierce: impariamo dagli animali empatia, senso di giustizia e cooperazione

Nuova edizione italiana per il celebre saggio dell'etologo e biologo evoluzionista e della filosofa esperta di bioetica. Gli esempi di questa solidarietà? Roditori che rifiutano il cibo se questo provoca una scossa elettrica a un loro simile, elefanti che assistono compagni feriti, pipistrelli che aiutano altri a partorire, gatte impegnate affinché un cane sordo e cieco eviti gli ostacoli e raggiunga il cibo

ASTRONOMIA

Cielo di novembre: Marte e Giove si inseguono, arriva la Superluna

L'Unione astrofili italiani; nella costellazione del Leone i due pianeti si avvicineranno sempre più, fino al fatidico sorpasso di Marte su Giove che avverrà nella notte tra 14 e 15. Il 24 del mese torna, poi, il nostro satellite sarà nella fase di plenilunio e, contemporaneamente, si troverà alla minima distanza dalla Terra


BENEDETTA BIANCO

Primo piano