Andrea Pallaoro, una Medeas che fa sperare
Per il giovane regista «trentino-americano» indimenticabile la partecipazione al Festival del cinema di Venezia
TRENTO. “Andrea è il figlio che ogni padre sogna di avere,” dice Angelo Pallaoro, guardando con emozione e orgoglio il giovane regista che ha da poco presentato «Medeas», il suo primo lungometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia.
Andrea è un giovane trentenne che dimostra solidità e maturità che emergono dal sorriso misurato, dallo sguardo serio e dalle risposte date ai giornalisti, che lo hanno intervistato numerosi.
Sicuramente l’aver vissuto lontano dai genitori (anche se seguito e supportato), l’aver dovuto affrontare e risolvere tanti piccoli problemi da solo, il doversi inserire in una società molto diversa da quella italiana, hanno contribuito molto alla sua formazione. Già da adolescente aveva le idee chiare e sapeva quello che avrebbe fatto da grande.
A sedici anni, appena saputo che poteva trascorrere un anno di studio in Usa, sceglie la California, la patria del cinema, e da allora non ritorna più, se non in vacanza, in Italia. Ha studiato, lavorato e si è impegnato affinché il suo sogno americano “fare il regista”, si avverasse. Sì perché, Andrea, voleva formarsi alla scuola californiana “dove c’è un cinema indipendente e, un regista, può esprimere se stesso e i propri interessi”. Amava e ama il film impegnato, non quello commerciale, lo ha dimostrato già nel suo primo cortometraggio «Wunderkammer», che ha vinto molti premi, dove affronta la storia e la dipendenza di una madre e di suo figlio affetto dalla sindrome di Down. Poche le parole, molti gli sguardi. Anche in «Medeas», il lungometraggio selezionato per la sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, usa molto il silenzio e un linguaggio scarno: la madre, poi, è sordo-muta.
L’ambiente è quello di una famiglia di allevatori di bestiame, con cinque figli piccoli, che vive isolata nel profondo sud americano dove niente interrompe l’orizzonte di una pianura sconfinata ed arsa. Non c’è una colonna sonora, ma non se ne sente la mancanza, le canzoni canticchiate sono in italiano. Il film, denso e intenso, inizia con un ritmo lento che rende perfettamente l’idea di come il tempo non passa mai, in un ambiente privo di stimoli, dove l’afa e il caldo sono incombenti e l’unica cosa importante è l’attesa dell’arrivo della pioggia. Tutto è lasciato all’occhio della cinepresa che indaga, si sofferma e afferra il particolare: di un’occhiata, di un gesto, di un movimento. Ma in questo quasi non ritmo, senza che lo spettatore se ne accorga, nasce il pathos, una suspense “hitchcockiana”, che s’insinua lentamente, si allarga e dirompe solo verso la fine, in una soluzione inaspettata. Lo spettatore è preso da quest’atmosfera e, proprio come vuole il regista, non giudica e non giustifica determinate azioni dei protagonisti.
Un mondo rurale difficile dove la vita è dura e dove, anche, il comportamento umano non sempre risponde ai canoni definiti dalla “società bene”. In questo lungometraggio, i personaggi con i loro egoismi, le loro azioni e il loro atteggiamento lasciano scorrere ma, anche, modificano o interrompono il corso della vita. Una lunga standing ovation ha accolto e premiato il lavoro di regista e attori. Non ha vinto, nella sua sezione, il film di Andrea, ma l’essere stato selezionato con il suo primo lungometraggio, per il film-festival di Venezia, è già un buon inizio per questo giovane e dotato regista.