Fattorini del cibo con paghe «sotto la soglia di povertà»: interviene la Procura
I magistrati milanesi hanno disposto il controllo giudiziario per l'accusa di caporalato della società Foodinho, braccio di food delivery del colosso spagnolo Glovo. L'accusa parla di 40 mila ciclofattorini, impiegati in tutta Italia, «sfruttati da anni e costantemente controllati»
Riesplode il tema del lavoro sottopagato in Italia. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo.
Secondo l'accusa, i 40 mila ciclofattorini impiegati in tutta Italia sarebbero sottopagati e sfruttati: i rider hanno sostenuto di essere pagati «2,50 euro a consegna», di lavorare «12 ore al giorno» e di essere costantemente controllati.
Paghe da 2,5 euro a consegna, "sotto la soglia di povertà" in violazione dei contratti collettivi ma anche della Costituzione, perché non garantiscono una "esistenza libera e dignitosa".
In più, un "monitoraggio continuo" attraverso una "app", "poche pause" e turni di lavoro, in qualsiasi condizione climatica, fino a 12 ore al giorno, con "punizioni" in caso di ritardi.
Uno "sfruttamento" che va avanti "da anni", una "illegalità che è indispensabile far cessare al più presto".
Sono durissime le motivazioni del decreto con cui ieri la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha disposto in via d'urgenza il controllo giudiziario per Foodinho, la società milanese di delivery food di Glovo.
L'ipotesi di reato è caporalato sui circa 40 mila rider impiegati in tutta Italia. E ora il provvedimento dovrà passare il vaglio di un gip. Come scrive il pm Paolo Storari, che tante indagini di questo genere sta portando avanti da anni, l'amministratore giudiziario nominato, Adriano Romanò, dovrà procedere alla "regolarizzazione dei lavoratori", 40 mila appunto, e adottare "adeguate misure" per "evitare il ripetersi di fenomeni" di sfruttamento.
Nell'inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, è indagato lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, responsabile di Foodinho (iscritta pure la società). In qualità di amministratore unico, avrebbe usato "manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno".
In particolare, si legge nel decreto, "corrispondeva ai rider" - duemila solo quelli su Milano - "una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva".
Agli atti decine di testimonianze dei ciclofattorini, in gran parte stranieri, tra cui pakistani e ghanesi e con l'esigenza pure di inviare soldi per le famiglie nei loro Paesi.
"Sono sempre geolocalizzato tramite l'app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede (...) Il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna", si legge in un verbale.
In molti hanno raccontato che con le loro "bici elettriche", lavorando in centro a Milano, tra il Duomo e la stazione Centrale, riuscivano a guadagnare non più di "800 o 900 euro" al mese.
Per i ritardi nelle consegne, poi, hanno spiegato di aver "subito penalizzazioni".
"Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici tutte le spese sono a carico mio", ha affermato uno di loro. "Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare", diceva un altro. E ancora: "Sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo".
E sempre un rider ha raccontato che effettua "una ventina di consegne" al giorno, "percorrendo tra i cinquanta e i sessanta chilometri".
In molti verbali si legge: "Sono costretto a fare il rider pur di sopravvivere". E ancora: "A Milano è molto difficile affrontare tante spese (...) sono molto preoccupato e triste (...) mia moglie e mia figlia di un anno vivono in Pakistan".
La "piattaforma", scrive il pm, "governa l'allocazione del lavoro" e incide sulle paghe attraverso "parametri di performance", come "accettazione, puntualità, disponibilità".
Si tratta di una "etero-organizzazione digitale" dei lavoratori che, date le retribuzioni, sono ridotti alla "miseria".
È probabile, anche sulla base di quelle testimonianze, che la Procura vada avanti con accertamenti pure su altre società, come avvenuto per casi simili e per quei fascicoli a ripetizione nei settori della logistica e trasporti, della moda e della vigilanza privata.
Nel maggio 2020, tra l'altro, sempre un'indagine del pm Storari portò al commissariamento per caporalato della filiale italiana di Uber, che all'epoca effettuava anche servizi di delivery. Un'ex manager patteggiò nel febbraio 2025.
Scrive la Cgil: "L'iniziativa della Procura di Milano, volta a richiedere l'amministrazione giudiziaria per Glovo, azienda del food delivery, non sorprende e va nella direzione di contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nel comparto. L'ordinanza conferma, come le precedenti sentenze, che i rider non sono lavoratori autonomi.
Insieme al NIdiL Cgil, pochi giorni fa - ricorda la Confederazione - abbiamo denunciato le condizioni di lavoro dei rider: nella sezione compensi e trasparenza quasi il 60% degli intervistati dichiara di percepire tra 2 e 4 euro lordi all'ora".
Per la Cgil, "qualora emerga un rapporto di lavoro eterorganizzato, deve applicarsi la disciplina del lavoro subordinato con tutti i diritti previsti dal contratto collettivo nazionale.
Non è accettabile un modello che remuneri solo i tempi di consegna, escludendo l'attesa, ribaltando così il rischio d'impresa sui lavoratori. La stessa scelta di non pervenire a esiti contrattuali concreti nel percorso di relazioni sindacali dà evidenza della indisponibilità finora dimostrata dalle aziende". [Ansa]