IL NODO

Bivacchi in quota come mete turistiche: sulle Dolomiti si pensa alle contromisure

Nuovo allarme lanciato dal Cai dopo gli episodi che nei giorni del ponte del Primo maggio hanno impegnato il Soccorso alpino a seguito di un uso improprio di queste strutture di emergenza trasformate sui social in attrazioni per escursionisti non esperti. Al vaglio anche la rimozione dei materassi e l'ipotesi di chiusura

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Nel Bellunese torna la denuncia sull'uso improprio dei bivacchi d'alta qauota sulle Dolomiti, che diventano vere e proprie attrazioni turistiche, specialmente nei casi di strutture da poco rinnovate. 

Il che crea spesso conseguenze, come mostrano le cronache del recente ponte del Primo maggio, che ha visto vari casi di escursionisti non accorti rimasti bloccati in particolare per la presenza di neve in alta montagna, con la necessità dunque di attivare il Soccorso alpino per poter rientrare a valle.

Il presidente del Cai veneto, Francesco Abbruscato, suona dunque un nuovo campanello d'allarme sulla tendenza a trasformare in attrazioni amplificate da creatori sui social le strutture sorte in vece per proteggere gli alpinisti.

I bivacchi non sono mete per pernottamenti gratuiti ma punti di appoggio per scalatori o per chi compie lunghe traversate in quota.

L'attenzione è richiamata specialmente dal nuovo bivacco Fanton (proprietà della sezione Cai di Auronzo di Cadore), sulle Marmarole, sempre più spesso meta "turistica" dove escursionisti improvvisati finiscono col mettersi nei guai mettendo infine in pericolo anche i soccorritori.

Senza contare che un sovraffollamento dei bivacchi in alta quota può generare situazioni critiche complicando la vita a chi, lassù, sta effettivamente compiendo una qualche impresa alpinistica.

Sempre più spesso oggetto di videoracconti "egocentrati" sui social (dove si parla in genere più di polenta e salsiccia che di aspetti alpinistici), diversi bivacchi o itinerari non banali, anche in Trentino, sono diventati sempre più popolari, in un contesto generale caratterizzato da un crescente numero di frequentatori della montagna, con quote non trascurabili di escursionisti poco consapevoli e a rischio.

Come contromisura, il presidente del Cai veneto propone interventi radicali, come la rimozione di materassi, coperte e altri elementi di comfort: il bivacco dovrebbe tornare alla sua essenzialità da sopravvivenza, un rifugio di emergenza per alpinisti, cioè l'opposto di ciò che stanno veicolando troppi messaggi diffusi negli ultimi anni.

Ma si valutano anche altre azioni, dalla videosorveglianza, fino all'ipotesi estrema, nei casi più allarm,anti, di chiusura o rimozione delle strutture.

La questione dei bivacchi proposti sui social come meta turistica è delicata, perché oltretutto si rischia di trasmettere non solo una percezione distorta della natura di queste strutture, ma anche di invogliare a raggiungerle magari senza prima verificare esattamente le difficoltà tecniche e atletiche in relazione alle condizioni soggettive.

Una parte dei contenuti social con focus sui bivacchi è ambientata infatti in ambienti tecnicamente e morfologicamente complicati, vie ferrate, sentieri con forte esposizione, mete effetto wow, ma che implicano dislivelli rimarchevoli e consapevolezza, preparazione tecnico-atletica e capacità di valutazione individuale.

Un anno fa anche il Soccorso alpino bellunese, riferendo dell'ennesimo recupero presso un bivacco appena ristrutturato con forme avveniristiche e molto "socializzato", il Fanton, scriveva: «Senza puntare il dito su questo specifico caso, sono ormai poco meno di dieci, solo a partire dall’estate, gli interventi per riportare a valle dalla zona persone in difficoltà, a qualsiasi ora del giorno e della notte, con squadre a piedi o con l’elicottero. 

Prima dell’installazione della nuova struttura, gli interventi erano sporadici, da quando il bivacco è diventato un’attrazione social, si susseguono numerose le missioni di recupero, molte volte per riportare a valle persone non in grado di muoversi in quell’ambiente, che non hanno attrezzatura adeguata, impaurite, bloccate dal ghiaccio e dalla neve, senza illuminazione.

Da una parte youtuber, influencer, creator digitali a renderlo una meta da instagrammare a tutti i costi, dall’altra moltissimi che vogliono assolutamente andarci.

Ricordando che i bivacchi nascono come punti d’appoggio per le vie alpinistiche e per affrontare eventuali emergenze, invitiamo a valutare sinceramente le proprie capacità ed esperienza prima di intraprendere qualsiasi itinerario.

A maggior ragione quelli più impegnativi, specie in questa stagione dell’anno quando il ghiaccio ricopre pareti, sentieri e ghiaioni.

Vi suggeriamo inoltre di non lasciarvi abbagliare dalle immagini on line, ma di approfondire la conoscenza e le difficoltà collegate a ciascun percorso. Grazie e buone camminate», concludeva il post del Soccorso alpino veneto.

Insomma, per concludere, l'impressione, in ogni modo, è che con l'aumento dei frequentatori dei monti cresca pure la categoria di chi tratta luoghi selvaggi fra le rocce con un qualunque ambiente per divertirsi e mangiare. Con tutti gli annessi e connessi immaginabili.

[nella foto in alto, il bivacco Fanton sulle Marmarole ad Auronzo di Cadore (Belluno), sotto il nuovo bivacco Fiamme Gialle, nel territorio comunale di Primiero San Martino di Castrozza, a quota 3.005 metri lungo la via normale del Cimon della Pala, proprio sullo "spallone del Cimon"]













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