Alta Quota

Un secolo di bivacchi sulle Alpi, l'esperto Luca Gibello: ma ora se ne costruiscono troppi

Parla il presidente dell’associazione Cantieri d’Alta Quota, che alla storia gloriosa e all'evoluzione dei ripari sui monti ha dedicato un volume che sarà pubblicato in settembre per le edizioni del Cai: "I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola"


FABRIZIO TORCHIO


All’ingegner Adolfo Hess (Torino 1878-1951), alpinista tra i fondatori del Club Alpino Accademico Italiano, è intitolato il bivacco al Col des Echelettes, che si trova a 2.958 metri d’altezza, sopra il ghiacciaio della Lex Blanche in Val Veny. 

Realizzato in lamiera e legno, dalla classica forma a semibotte, venne ancorato alle rocce di questo angolo selvaggio del Monte Bianco cento anni fa, nel 1925.

Da allora di bivacchi ne sono sorti tanti sulle Alpi e, in occasione di questo centenario, l’associazione Cantieri d’Alta Quota si è occupata del tema.

Luca Gibello, presidente dell’associazione, oltre ad essere un alpinista - ha salito tutti gli 82 «quattromila» delle Alpi - è storico dell’architettura e giornalista, già direttore de Il Giornale dell’Architettura.

In settembre, per le edizioni del CAI, uscirà un suo volume dedicato proprio ai bivacchi: I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola.

Gli abbiamo posto qualche domanda.

Il bivacco Hess da un secolo agevola le salite alpinistiche all’Aiguille des Glaciers e all’Aiguille de Trèlatete. Che evoluzione hanno avuto, i bivacchi, in questi cent'anni?

«Paradossalmente, per certi versi, i bivacchi hanno subito poche evoluzioni. Nel senso che, fin dal principio, cento anni fa, essi hanno rappresentato una dirompente innovazione. Si è trattato, infatti, di una vera e propria invenzione.

Quelle semi-botti di legno e lamiera, totalmente prefabbricate, completamente astratte rispetto al paesaggio, standardizzate secondo dimensioni minime, leggerissime e ancorate con funi al suolo, sostanzialmente senza fondazioni, non avevano nulla a che fare con i primi ricoveri degli alpinisti, ovvero strutture realizzate recuperando sul luogo pietre, secondo tradizionali tecniche costruttive murarie.

Nel corso di questo secolo tutti le migliori realizzazioni nel campo dei bivacchi si sono sempre ispirate a quel modello iniziale.

Se, all'epoca, i bivacchi erano montati in opera in un paio di giorni attraverso il trasporto di una trentina di colli del peso di massimo 20-25 chili l'uno (adatti per il someggio o il trasporto a spalla), oggi le strutture vengono assemblate in opera "a fette" in poche ore, trasportate da basso con l'elicottero, ma già complete degli arredi interni. Diversamente, si è assistito solo a "regressioni" alla versione del capanno più o meno improvvisato».

Si assiste, sulla catena alpina, alla sostituzione di bivacchi obsoleti e alla realizzazione di nuove strutture: come sono queste nuove tipologie?

«Se lo spirito dei migliori bivacchi è rimasto lo stesso, in effetti la tipologia si è evoluta, soprattutto per via delle accresciute dimensioni: si pensi che i primi esemplari ospitavano 4/5 persone in poco più di 4 metri quadri...

Dalla comparsa del tanto celebrato quanto vituperato bivacco Gervasutti, nel 2011, si è assistito alla comparsa di strutture sviluppate in senso longitudinale, quali tubi o parallelepipedi, con una tendenziale suddivisione tra spazio notte per le cuccette e spazio giorno. Questa modificazione ha "squarciato la scatola", prima introversa e totalmente protettiva, aprendo un fronte corto all'esterno, stabilendo un contatto visuale attraverso una generosa vetrata: un "effetto cannocchiale”».

Si ha una stima dei bivacchi presenti sulle Alpi italiane?

«Incrociando i dati, tra strutture di proprietà delle varie sezioni del CAI e altre, sul versante alpino settentrionale si possono stimare circa 250 bivacchi: anche se, per alcuni di essi, risulta difficile distinguerli dai piccoli rifugi incustoditi, dalle casere o da altri ricoveri secondari frutto di operazioni di recupero edilizio.

Insieme ad altri soggetti, la nostra associazione culturale Cantieri d’Alta Quota sta lavorando alla predisposizione di una mappatura il più possibile esaustiva e attendibile, che verrà presentata all'interno di una giornata di studi in programma a settembre a Bergamo, organizzata dalla Galleria d'arte moderna e contemporanea e dalla locale sezione dei CAI. A margine della presentazione del nuovo bivacco Frattini nelle Alpi Orobie, sarà un'occasione per fare il punto sui bivacchi alpini, la loro concezione e distribuzione a cent'anni dagli esordi».

Alcuni bivacchi sono sorti lungo accessi escursionistici, non alpinistici. Cosa ne pensa?

«Questo è il punto che giustifica l'urgenza di una mappatura. Serve consapevolezza da parte di amministratori locali, potenziali committenti e fruitori. Ultimamente se ne stanno realizzando troppi, anche se magari per nobili scopi, come la memoria dei caduti in montagna. Ma non si può pensare di punteggiare quasi ogni cima o valico con un'opera memoriale. È già sufficientemente "caldo" il tema delle croci di vetta...

Se, soprattutto alle quote medie, sorgono strutture alpinisticamente non necessarie, da un lato possiamo considerare ciò positivo per l'incremento della frequentazione montana da parte di nuovi appassionati.

Ma vanno considerati gli impatti ambientali, specie in ragione del fatto che gli ospiti sono attratti dalla pseudo gratuità del soggiorno. Il bivacco non è una "location" per comitive festaiole deresponsabilizzate, che vi lasciano i segni della bisboccia». 

[nella foto, il bivacco Aldo Moro sul Lagorai]













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