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«Le mangiatoie per cervi e caprioli attirano orsi e lupi: vanno vietate»

Nuovo appello del Wwf che si rivolge alla Provincia allegando anche la documentazione fotografica di un'orsa con i cuccioli: l'associazione spiega che il foraggiamento (frutta, fieno, cereali) modifica il comportamento dei predatori, ne riduce gli spostamenti (perché individuano punti molto ricchi di ungulati) e rischia di avvicinarli ai centri abitati

LO STUDIO Vicino alle mangiatoie più ungulati e passaggi di lupo



Nuovo allarme del Wwf sulla questione delle mangiatoie utilizzate dai cacciatori nei prati e nei boschi del Trentino per alimentare ma anche per attirare gli ungulati vicino alle postazioni venatorie: questa pratica, ribadisce l'associazione ecologista, oltre a presentare altri profili criticabili, richiama anche gli orsi modificandone le abitudini.

Solitamente, come sa chi frequenta i boschi anche vicino ai centri abitati, le mangiatoie sono posizionate vicino alle altane di caccia, e riempite di mais o di frutta, specie mele, talvolta di fieno, spesso con vicino anche un blocco di sale. In qualche caso le mele vengono addirittura sparse sul terreno.

«Il foraggiamento degli ungulati selvatici - scrive in una nota per la stampa il Wwf Trentino - Alto Adige/Südtirol - può influenzare il comportamento dei grandi carnivori e, di conseguenza, può dare atto a situazioni di rischio attraverso l’avvicinamento di questi agli insediamenti umani.

A livello globale esistono diversi studi che dimostrano questa pericolosa correlazione. In questo dossier presentiamo recenti evidenze di come la presenza di mangiatoie utilizzate per foraggiare cervi e caprioli possa comportare conseguenze potenzialmente gravi sulla coesistenza uomo-fauna anche in Trentino.

Le due immagini che riportiamo in questo dossier, di un’orsa con cuccioli che si alimentano su mangiatoie per ungulati, sono emblematiche di un problema reale, attuale e documentato: il foraggiamento artificiale, nato per sostenere o concentrare fauna selvatica, può alterare i comportamenti di erbivori e di conseguenza dei predatori, facendo crescere i rischi di conflitto dovuti all’abituazione degli animali alla ricerca di fonti alimentari gestite (o non gestite) dall’uomo.

In Trentino la pratica del foraggiamento artificiale è consentita e regolata: ma oggi disponiamo di studi locali e internazionali aggiornati che possono aiutare a correggere la rotta per tutelare la sicurezza pubblica e la coesistenza con la fauna selvatica.

Che cos’è il foraggiamento artificiale e perché è rilevante

Per foraggiamento artificiale si intende la messa a disposizione intenzionale e regolare di cibo (fieno, granaglie, frutta, mais) per fauna selvatica, in particolare ungulati, spesso con finalità venatoria e di sostegno durante l’inverno.

La concentrazione di cibo in punti prevedibili modifica la distribuzione e l’attività degli ungulati e, a cascata, attira i predatori nelle stesse aree, con effetti sulle dinamiche preda-predatore e sull’uso dello spazio da parte dei lupi.

Per gli orsi, oltre all’attrazione indiretta tramite l’aumentata disponibilità di possibili prede, esiste anche un’attrazione diretta date dalle derrate presenti alle mangiatoie.

Il quadro normativo provinciale

La deliberazione della giunta provinciale n. 2852 del 30 dicembre 2013 disciplina i siti di foraggiamento, escludendo dai siti utili quelli frequentati da orsi e prevedendo la sospensione della pratica se emergono criticità legate alla specie.

La stessa cornice riconosce che l’abbondanza costante di cibo derivato da fonti antropogeniche (riferibili all’uomo) può interferire con fasi biologiche come l’ibernazione, aumentando il rischio di abituazione e confidenza verso l’uomo. Questi concetti sono ripresi anche dai protocolli interregionali (Pacobace) sulla gestione dell’orso, nonché dal Piano faunistico provinciale - che tuttavia si limita a sconsigliarne l’utilizzo.

Una nuova evidenza scientifica

Già nel 2022 il MUSE - Museo delle Scienze di Trento e Associazione Cacciatori Trentini (ACT) avevano condotto uno studio su 14 mangiatoie. I ricercatori avevano quindi rilevato come il lupo frequentasse molto di più (circa il doppio) le mangiatoie rispetto ad altri siti monitorati, a testimonianza che queste aree fossero di particolare attrazione per il predatore.

Uno studio pubblicato su Ecosphere nel 2025 (Salvatori et al., 2025), condotto nell’area della Provincia Autonoma di Trento, irrobustisce e conferma questa evidenza: lo studio ha infatti verificato con la tecnica del fototrappolaggio sistematico che la probabilità di trovare gli ungulati è via via maggiore a distanze via via più brevi dai siti di foraggiamento, e che la presenza del lupo aumenta proprio in prossimità delle mangiatoie.

In conseguenza di ciò e al fine di non alterare ulteriormente le dinamiche ecologiche degli animali selvatici, gli autori suggeriscono di limitare il foraggiamento almeno laddove ungulati, grandi carnivori e persone coesistono a stretto contatto.

Orsi, abituazione e rischio

Per gli orsi, le mangiatoie non sono soltanto “calamite”: l’accesso a cereali, frutta e fieno ripetuto nel tempo può accorciare gli spostamenti necessari alla ricerca di cibo e di conseguenza ridurre l’ampiezza dei territori, spostare l’attività verso zone più antropizzate e aumentare l’abituazione/confidenza agli spazi occupati dall’uomo.

La letteratura recente indica che fonti stabili e prevedibili di cibo possono cambiare i pattern di movimento e favorire comportamenti pericolosi per la convivenza. Questa è la cornice che rende particolarmente preoccupanti immagini come quelle che presentiamo al termine di questo report. Le immagini, provenienti da fototrappola, mostrano un’orsa con i suoi cuccioli in alimentazione presso due mangiatoie localizzate in Trentino.

In questo specifico caso si tratta di un fenomeno “doppiamente” problematico, sia perché rischia di innescare il processo di abituazione per la madre alla fonte alimentare antropogenica, sia per la possibilità di trasmissione culturale di tale comportamento ai cuccioli.

Inadeguatezza della pianificazione provinciale

Il Piano faunistico provinciale riconosce con chiarezza i rischi del foraggiamento (indebolimento della selezione naturale, concentrazioni anomale, competizione, epizoozie, alterazioni nel comportamento di lupo e orso fino all’aumento di interazioni con l’uomo), ma sceglie inspiegabilmente una via permissiva: invece di vietare la pratica, la “sconsiglia” soltanto e ne prevede addirittura la programmazione tramite progetti triennali con rifornimenti di erba medica e fieno, introducendo soglie e distanze arbitrarie che in un paesaggio alpino densamente frequentato dall’uomo sono del tutto inadeguate a prevenire conflitti e abituazione (un esempio: non si prevede alcuna distanza minima per la realizzazione dei siti di foraggiamento dalla rete sentieristica).

La gradualità di avvio/sospensione e la promessa di “dismettere tempestivamente” i siti (per i quali peraltro non esiste alcun obbligo di monitoraggio specifico) non compensano l’assenza di criteri vincolanti di stop, anzi, istituzionalizzano una fonte di cibo di origine antropica stabile.

In sintesi, il Piano descrive bene i problemi che il foraggiamento crea, ma poi li tollera: è una contraddizione gestionale che chiede coerenza con il principio di precauzione e con l’evidenza recente richiamata in questo dossier, che mostra come le mangiatoie influenzino uso dello spazio di prede e predatori e in ultima analisi aumentino la probabilità di contatto e interazione tra fauna selvatica (grandi carnivori in primis) e persone.

Vanificazione degli investimenti (esempio cassonetti anti-orso) a protezione di altre possibili fonti alimentari di origine antropica

Gli investimenti pubblici in prevenzione - dai cassonetti anti-orso alle campagne informative, fino ai recinti elettrificati - risultano depotenziati se, parallelamente, si mantengono o si autorizzano fonti alimentari che possono portare la fauna selvatica ad avvicinarsi eccessivamente a contesti antropizzati.

Le mangiatoie per ungulati, i residui agricoli non gestiti, i mangimi lasciati accessibili in stalle e malghe o carcasse non tempestivamente rimosse agiscono come “sussidi energetici” che aumentano la frequentazione faunistica nelle vicinanze dei centri abitati e lungo la viabilità, favorendo fenomeni di abituazione e rischio di interazioni uomo-fauna selvatica.

In questo contesto i cassonetti anti-orso diventano un presidio costoso ma poco efficace, perché l’animale compensa la minore accessibilità dei rifiuti con nuove risorse fornite dall’uomo in altri punti del territorio: in sostanza non si elimina il problema della possibile dipendenza degli orsi (e altri animali selvatici) da risorse di origine antropica.

La coerenza delle politiche richiede dunque che ogni Euro speso per ridurre l’attrattività dei rifiuti sia accompagnato dall’eliminazione sistematica delle restanti fonti antropiche di cibo, a partire dalla sospensione del foraggiamento, altrimenti la prevenzione si trasforma in mera “gestione del sintomo” e disperde risorse senza abbattere il rischio.

Impatti sociali e comunicazione pubblica

La maggiore probabilità di osservazioni ravvicinate presso infrastrutture e centri abitati alimenta allarmismo e polarizzazione delle posizioni. Ogni pratica gestionale che rischia di modificare i naturali comportamenti della fauna selvatica e di favorire la frequentazione di contesti antropizzati e centri abitati da parte di animali selvatici aumenta le probabilità di interazione con l’uomo e di incidenti, minando l’accettazione sociale di lupi e orsi e favorendo la diffusione di narrazioni incentrate sulla paura.

Cosa chiediamo

Alla luce delle evidenze locali e della letteratura più recente che attestano la stretta correlazione tra la presenza di fonti alimentari di origine antropica facilmente accessibili e il manifestarsi di comportamenti abituati/confidenti da parte dei grandi carnivori, proponiamo di applicare in modo stringente un divieto assoluto di foraggiamento ampliandolo almeno a tutte le aree frequentate da orsi: idealmente quindi tale divieto dovrebbe essere applicato almeno a tutto il Trentino Occidentale, se non direttamente a tutto il Trentino a causa degli effetti deleteri sistemici su tutta la fauna.

A questa azione deve seguire un rigoroso monitoraggio degli effetti del cessato foraggiamento, volta sia a determinare l’impatto sulla demografia delle popolazioni di ungulati (ai fini di regolare di conseguenza il prelievo venatorio) sia l’eventuale espansione del divieto ad aree non stabilmente frequentate dall’orso, per prevenire analoghe problematiche in aree di presenza del lupo.

Auspichiamo che tali considerazioni e richiesta vengano condivise anche dall’ACT. Un approccio tecnico alla gestione venatoria e responsabile verso la sicurezza dei cittadini deve tenere conto dei rischi della pratica del foraggiamento per tutti gli elementi sopra descritti», conclude il Wwf, allegando anche una bibliografia scientifica sul tema e due immagini eloquenti che mostrano la frequentazione di mangiatoie per il foraggiamento degli ungulati selvatici da parte di un’orsa con due cuccioli in Trentino.

Tali immagini, si spiega nella nota per la stampa, sono state recapitate in forma anonima al Wwf Trentino - Alto Adige, complete della precisa localizzazione.













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