«Le Alpi come macroregione autonoma che si riappropria della cultura di montagna»
Parla Walter Nicoletti, autore del libro Le Alpi per ricominciare. Una nuova alleanza fra umanità e natura: «Il futuro dipende da una politica di reinsediamento. Non possiamo ridurre le Alpi a una wilderness di ritorno o a un luna park: sono figli della stessa cultura urbanocentrica. È anzitutto la considerazione di sé che i montanari devono riprendere in mano»
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Le Alpi possono rigenerarsi, cessando l’omologazione con i centri urbani, recuperando la propria identità storica e affermandosi come territorio della sostenibilità. In che modo?
Armonizzando le normative e le strategie di sviluppo e governandosi in maniera autonoma e unitaria, ripopolando gli spazi abbandonati «in funzione della qualità della vita, del produrre e dell’abitare».
Potrebbero così diventare un laboratorio di buone pratiche, di economia circolare, di buona politica e gestione partecipata delle proprietà collettive, di qualità ambientale.
Una macroregione alpina - la catena montuosa più antropizzata al mondo - caratterizzata da bellezza e sostenibilità. In estrema sintesi, sono gli obiettivi del progetto politico - rivolto anzitutto a chi vive nelle Alpi - che il giornalista trentino Walter Nicoletti articola con grande efficacia nel suo libro «Le Alpi per ricominciare. Una nuova alleanza fra umanità e natura» (ViTrenD, 158 pagine, 16 euro).
[Walter Nicoletti, foto D. Panato]
Giornalista di notevole esperienza, laurea in filosofia, presidente delle Acli Trentine, nel libro Nicoletti invita a riflettere in profondità sui grandi cambiamenti avvenuti nelle Alpi, sulla perdita di identità e di coesione sociale, le trasformazioni del territorio, lo smarrimento culturale.
Delineando in una serie di capitoli l’evoluzione del complesso rapporto fra uomo e montagna - dai primi popolamenti ai grandi interrogativi odierni su natura, sviluppo, limite, sostenibilità - l’autore indica una serie di risposte. Una terza via - scrive - «per un nuovo inizio e una nuova vita da realizzarsi attraverso la critica ai modelli economici e scientifici che sono stati adottati negli ultimi secoli».
Nicoletti, il suo è anche un libro di storia delle Alpi.
«Dentro la costruzione storica del paesaggio culturale alpino possiamo individuare un’esperienza di sostenibilità. Il rapporto con l’ambiente è stato improntato, necessitato, dall’individuazione di un limite e dalla messa in campo di strategie di sopravvivenza e insediamento. Non è un modello privo di contraddizioni, ma possiamo partire dagli usi civici, dalle proprietà collettive, dalla gestione responsabile del territorio per individuare una storia che può aiutare il mondo odierno, di fronte a una crisi ecologica del pianeta».
Dai capisaldi culturali e politici di trasformazione delle Alpi, lei approda all’oggi.
«Il futuro delle Alpi dipende da una politica di reinsediamento. Una proposta è quella della regione unitaria in cui attuare ad esempio sgravi fiscali, accorpamenti fondiari, una politica della casa…
Se facciamo questo, salvaguardiamo la più grande oasi naturalistica d’Europa. Non possiamo ridurre le Alpi ad una wilderness di ritorno o a un luna park. L’ipermodernismo, l’iperinfrastrutturazione e la rinaturalizzazione sono figli della stessa cultura urbanocentrica di una borghesia industriale che, a fronte di un ambiente maltrattato, si riservava questa dimensione selvaggia».
Politicamente, le Alpi contano numericamente meno di altri territori e la montagna tende ancora a riproporre modelli urbani.
«Il problema è la perdita di autostima delle popolazioni locali. O le Alpi si riappropriano della cultura di montagna, e torniamo a ripensarci come comunità autonoma che governa le Alpi, oppure non funzionerà. Le classi dirigenti della montagna sono formate nelle realtà industriali e urbane. Il messaggio che mi sento di lanciare è di concepire la totalità delle Alpi. Il libro contiene anche una critica alla filosofia della scienza riduzionista, che coglie sempre un aspetto della complessità e non la totalità. È anzitutto la considerazione di sè che i montanari devono riprendere in mano. Dove le popolazioni locali hanno imparato a fare da sé hanno fatto cose straordinarie».
Può sintetizzare i capisaldi della terza via che indica nel libro?
«Per superare le derive wilderness o lunapark è necessario un approccio culturale che consenta di guardare alle Alpi come a una totalità che superi la sommatoria delle singole parti. Vi sono poi alcuni passaggi fondamentali che consistono nel fare di queste montagne un modello internazionale di sostenibilità ambientale attraverso la macro regione alpina e un’azione politica unitaria. A questo si deve aggiungere un progetto straordinario di politiche pubbliche orientate al reinsediamento e al ripopolamento all’interno di un contesto che faccia delle Alpi un laboratorio permanente per il futuro».
[in alto, veduta aerea sulle Dolomiti, foto: Zenone Sovilla]