Il successo della reintroduzione dello stambecco sull'Adamello
Di questo animale simbolo delle Alpi, scalatore dei versanti più impervi, si è parlato al Muse di Trento, in una conferenza con l'archeologa Rossella Duches e lo zoologo del Parco Adamello Brenta Andrea Mustoni. Ecco l'intervista con quest'ultimo, che inquadra la situazione di una specie dalla lunga storia fra protezione, estinzioni e ritorni. Ora si valuta se reintrodurre l'affascinante capra selvatica anche sulle Dolomiti di Brenta
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Animale simbolo delle Alpi, scalatore dei versanti più impervi, lo stambecco è stato il protagonista, al Muse di Trento, di una conferenza sulla sua storia evolutiva, la sua antica presenza in Trentino e il suo ritorno recente.
Ne hanno parlato Rossella Duches, archeologa, e Andrea Mustoni, zoologo e responsabile dell’unità di ricerca scientifica del Parco Adamello Brenta.
Parco sul cui territorio, a partire dal 1995, è stata ricostituita una popolazione vitale di capra ibex nei massicci dell’Adamello e della Presanella.
Ad Andrea Mustoni abbiamo posto qualche domanda.
All’inizio dell’Ottocento lo stambecco, un tempo diffuso su tutte le Alpi, era ridotto a un centinaio di esemplari nella riserva reale del Gran Paradiso. A livello alpino oggi si contano circa 150 popolazioni. Come è avvenuto il suo ritorno?
«Può sembrare paradossale, ma a salvare lo stambecco all'inizio del XIX secolo è stato Re Vittorio Emanuele II, che decise di accordare alla specie una stretta protezione per un interesse venatorio.
Con le Regie Patenti del 1836 fu istituita la Riserva di caccia del Gran Paradiso, che quasi un secolo dopo sarebbe diventata il cuore dell'omonimo Parco nazionale. A partire dal nucleo di animali del Gran Paradiso, grazie a numerosi progetti di reintroduzione, sono state create le colonie che caratterizzano l'attuale areale della specie sulle Alpi.
Dall'inizio del 1800 le vicende sono state molte e in alcuni casi curiose. Per fare un esempio, nei primi decenni del secolo scorso, furono commissionati dei veri e propri furti di capretti di stambecco, successivamente rilasciati sulle montagne della Confederazione elvetica.
A seguito di questi episodi, si sono sviluppate le colonie della Svizzera, dove è oggi presente quasi la metà di tutti gli stambecchi alpini. Memori di questo fatto, gli amministratori svizzeri nel 2006 hanno deciso di restituire alcune decine di stambecchi alle Alpi Italiane. Tredici di questi animali furono rilasciati nel Parco Adamello Brenta come rinforzo della colonia frutto del progetto di reintroduzione».
Come e quando è stata condotta la reintroduzione sull’Adamello-Presanella?
«La reintroduzione era stata ipotizzata nel Piano faunistico del Parco redatto dal prof. Schroeder dell'Università di Monaco. A seguito di questa idea, il Parco contattò il gruppo di lavoro del prof. Tosi dell'Università degli studi di Milano che stava effettuando un vasto progetto di reintroduzione sulle montagne della Lombardia.
Il progetto lombardo, dopo le Alpi Orobie, era arrivato al rilascio di stambecchi sul versante lombardo dell'Adamello; la conseguenza logica era di proseguire con gli stessi criteri rigorosi sul versante trentino del massiccio.
Il Parco regionale dell'Adamello lombardo nel 1995 cedette un primo contingente di animali al Parco Adamello Brenta. Negli anni successivi furono liberati in Trentino 43 individui, ai quali si sono aggiunti nel 2006 i 13 provenienti dalla Svizzera.
Le aree interessate sono state quelle della Val di Genova e della Valle di San Valentino e grazie ai radiocollari posizionati sugli animali, fin dalle prime fasi si era osservato con soddisfazione che il passaggio degli stambecchi tra le due valli era frequente, così come l'incontro con gli animali rilasciati sul versante lombardo dell'Adamello, a conferma della bontà delle ipotesi progettuali e dell'importanza delle sinergie territoriali».
In termini numerici e di salute, come sta lo stambecco nel Parco Adamello Brenta?
«Premesso che è un animale difficile da monitorare su montagne alte e aspre, i dati a disposizione confermano un ottimo status della popolazione.
I censimenti annuali, pur portando a inevitabili sottostime, ci consentono di fare delle ipotesi in merito alla consistenza della popolazione che nel 2025 poteva essere stimata in 350-450 stambecchi, ai quali devono essere aggiunti quelli sul versante lombardo dell'Adamello per i quali siamo in carenza di dati recenti.
Anche altre forme di monitoraggio, come lo studio della composizione dei gruppi e la presenza di capretti in aree periferiche, sembrano confermare il buono stato di salute della popolazione e la sua costante espansione.
Ad oggi è quindi possibile affermare che il progetto di reintroduzione è stato un successo e un fiore all'occhiello per il Parco e per la provincia di Trento».
Nel 2022, in un convegno al Muse, si era parlato di valutare l’intenzione di dare seguito al progetto di reintroduzione nella parte dolomitica del Parco. Ha avuto seguito?
«L’idea di reintrodurre lo stambecco anche sulle Dolomiti di Brenta verrà probabilmente valutata nel corso del 2026 attraverso un apposito studio di fattibilità che andrà a valutare sia il rapporto costi/benefici, sia la correttezza dell'operazione da un punto di vista faunistico. È chiaro che l'eventuale operazione dovrà essere condivisa con le parti sociali interessate ed in primis con l'Associazione cacciatori trentini, che anche in passato ha appoggiato iniziative analoghe, a partire dal 1995 quando alcune sezioni locali andarono ad acquistare alcuni dei capi rilasciati nel contesto del progetto di reintroduzione in Adamello Presanella.
La condivisione di ogni passaggio verso la reintroduzione rimane di basilare importanza».
[nella foto, l'immagine di uno stambecco utilizzata nella presentazione dell'incontro svoltosi al Muse di Trento]