Fra Piné e val dei Mocheni un percorso nell'età del Bronzo: il sito dell’Acqua Fredda
Al passo Redebus, a quota 1.440, l'opportunità di visitare liberamente l'interessante struttura archeologica dedicata a un antichissimo periodo di storia umana, fatto di fuoco e di acqua: l’estrazione del rame dalle rocce del luogo, scoperti anche i resti di nove forni che erano in grado di raggiungere temperature di 1.200 gradi
FOTOGALLERY Sulle tracce degli abitanti preistorici al passo Redebus
Dal Passo Redebus, fra Pinetano e Valle dei Mocheni, si diramano i sentieri per Malga Cambroncoi e il belvedere di Costalta da un lato, e per Malga Stramaiolo e il Monte Rujoch dall’altro.
Qui, a 1.440 metri di altezza, una struttura in acciaio e vetro protegge un antichissimo brano di storia umana fatto di fuoco e di acqua: l’estrazione del rame dalle rocce del luogo.
Parliamo del sito dell’Acqua Fredda, una fonderia attiva fra il Bronzo Recente e il Bronzo Finale (metà del XIV-fino all’XI/X sec. a.C.).
Nove i forni per la fusione ritrovati in questo luogo: quadrangolari, di circa mezzo metro di lato, raggiungevano temperature di 1.200 gradi secondo gli archeologi che ne spiegano il funzionamento con testi e di immagini sui pannelli della struttura che è visitabile liberamente.
La quantità di scorie sparse su oltre duemila metri quadri lascerebbe intuire che, accanto alla ricerca e al trasporto del minerale contenente ferro e rame (la calcopirite), l’operato di questi antichi abitanti abbia determinato un intenso sfruttamento dei boschi.
Sulle tracce degli abitanti preistorici al passo Redebus
Fra val dei Mocheni e altopiano di Piné c'è il sito archeologico di Acqua Fredda nei pressi del passo Redebus, a quota 1.450 metri. Ospita una delle più importanti fonderie preistoriche d’Europa della tarda età del Bronzo (VAI ALL'ARTICOLO). Il sito, liberamente accessibile, è in un contesto naturale particolare: una torbiera di grande valore naturalistico che ospita molte specie vegetali. È corredato da pannelli esplicativi, che illustrano il funzionamento dei forni e la vita delle popolazioni dell’epoca [foto: Provincia autonoma di Trento-Apt]
«L’area archeologica - ha osservato Franco Marzatico in un lungo articolo su Preistoria Alpina («Metallurgia nelle Alpi sud-orientali e circolazione del rame in Trentino: dati archeologici») - si distingue per avere restituito i residui di ben nove forni in batteria utilizzati in tempi diversi, cinque focolari, aree di combustione, resti di canalizzazione in legno per il deflusso e adduzione dell’acqua e un ricco campionario di materiali archeologici: macine, percussori/macinelli, ceramica, frammenti di ugello e di spillone in bronzo associati ad estese discariche di scorie piatte, grossolane e ridotte a sabbia, valutate fra le 800 e le 1.500 tonnellate a dimostrazione di un’attività intensiva protrattasi per più generazioni.
La potenza dei depositi di scorie del Passo del Redebus e di altri siti fusori, insieme alla vastità dell’estensione della discarica mineraria di Vetriolo, dove si conta un numero notevole di manufatti litici, prospettano un impegno di lavoro di grande portata», continua Marzatico.
«Si può supporre un’attività di estrazione, arricchimento e riduzione praticate nelle stagioni favorevoli ad alta intensità, a livelli “proto industriali”, con uno sforzo collettivo per più generazioni sostenuto dall’insieme della comunità, sotto la guida di figure apicali dotate delle necessarie prerogative di indirizzo e comando».
Se il sito di Passo Redebus è fra i più «spettacolari», le ricerche archeologiche condotte nel Trentino orientale hanno permesso di individuarne molti altri.
Al punto che, dal quadro d’insieme realizzato da Marzatico (dirigente generale dell’Unità di missione strategica della Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Provincia) emerge che dalla Valsugana agli altipiani di Vezzena, Lavarone e Luserna, dalla Valle di Cembra al Primiero, sono oltre duecento i siti fusori individuati in area montana.
E se la rete di relazioni commerciali del rame fa estendere lo sguardo ad ambiti europei, secondo Marzatico, «si può facilmente pensare che il territorio, le sue risorse minerarie, l’attività di produzione e, conseguentemente, lo scambio del rame fossero controllati militarmente da una componente elitaria guerriera».
A questo proposito, osserva ancora l’archeologo che «Pur con tutti i limiti della “rappresentatività” dei dati archeologici a disposizione, si è visto come i siti frequentati in Valsugana, anche quando appaiano accessibili, occupino comunque una posizione strategica sotto il profilo del controllo del territorio. In più di un caso vi sono siti coincidenti con postazioni militari di difesa della Grande Guerra».