GIOVANI AGRICOLTORI

I vini di Larcher alla conquista del Giappone

Dal settore immobiliare alla vigna, un quarantenne che punta sulle produzioni di qualità. Soddisfazioni anche all’estero


Carlo Bridi


AVIO. È proprio vero che la professione di vignaiolo è affascinante. Lo dimostra anche la storia di oggi. È la storia di un quarantenne che dopo aver operato per 18 anni nel campo delle costruzioni e vendita di appartamenti, un giorno ha comprato anche un vecchio maso agricolo sopra Vò Sinistro d’Avio col terreno a una quota tra i 500 e gli 800 metri con una pendenza media del 35%, si è messo a ristrutturarlo, a bonificare i terreni ormai semi abbandonati, a fare opera di ricomposizione fondiaria fino ad arrivare ad avere a disposizione un maso della superficie di 5-6 ettari.

Parliamo di Giulio Larcher, che dopo il liceo ha frequentato economia a Milano. Quindi si è buttato nel settore dell’edilizia con buoni risultati. Ma ad un certo punto l’acquisto del maso agricolo gli ha cambiato la vita. «Ho ristrutturato la cantina presente nel maso che è subito stata utilizzata per le nostre produzioni, ma anche i vigneti adiacenti recuperando altri terreni abbandonati e comperandone ulteriori per farne una bella ricomposizione fondiaria». Nel 2018 la scelta di buttarsi a tempo pieno nell’attività di vignaiolo. Visto che la sua formazione era di tutt’altro genere da quella agricola, ha frequentato anche il corso per l’ottenimento del brevetto professionale in agricoltura.

Un corso, organizzato dalla Fem, della durata di 600 ore, che ha molto apprezzato e che gli ha permesso di accedere anche al premio d’insediamento con cui ha potuto effettuare opere di ricomposizione fondiaria nell’azienda. Si è accorto ben presto che si era trovato tra le mani un’azienda dalle ottime potenzialità dal punto di vista qualitativo. Per questo ha imboccato fin da subito la strada dell’eccellenza. Si è limitato a poche varietà di uva: il Pinot nero, lo Chardonnay e il Sauvignon Blanc. Con le uve di questi vitigni produce tre Cru: uno per ogni tipologia, oltre al Trentodoc. In totale arriva ad una produzione di 40 mila bottiglie delle quali ben 25 mila, più della metà, sono di Trentodoc ottenuto dalle uve Chardonnay e Pinot Nero.

La vendita è partita da quella fatta in azienda, per ampliarsi a macchia d’olio prima a livello nazionale e poi a livello internazionale, arrivando attraverso una rete di propri rappresentanti fino al Giappone dove i suoi vini sono molto apprezzati. «Sono orgoglioso perché i miei vini e Trentodoc sono diventati i veri ambasciatori del nostro territorio al quale sono profondamente legato» afferma Larcher.

La sua scelta fin dall’inizio è stata quella dell’alta qualità e per raggiungerla con l’enologo che lo affianca è partito dalla vigna, che ha una produzione che non supera i 50-60 quintali ad ettaro. «Cerco di valorizzare al massimo la qualità partendo dalle uve. Considerata l’altitudine alla quale coltiviamo le viti, riesco ad avere dei vini con acidità molto alta, e con un Ph molto basso che mi permette di avere dei vini adatti ad un grande affinamento» spiega il vignaiolo.

Alla domanda del perché di questa scelta tra le vigne, Larcher offre una risposta ragionata: «Perché si trattava di un vero cambio non solo di professione ma di vita e ho visto che impegnandosi decisamente in questa professione le soddisfazioni non mancano».

Considerato che Giulio Larcher vuole puntare in particolare alla valorizzazione dei suoi prodotti in loco e visto che questo è impossibile nella cantina attuale, ha comperato ad un paio di chilometri di distanza, ma sempre in paese, una cantina che ora sta ristrutturando per farla diventare un punto di accoglienza per gli enoturisti e per tutti coloro che vogliono conoscere la storia di questi grandi vini.

E il prezzo? «Considerate le premesse, i nostri vini vanno tutti nella fascia medio-alta quindi mi muovo nel canale Ho.re.ca, con i ristoratori che tengono uno stretto rapporto con me al punto che il 95% dei miei clienti li conosco personalmente».

Ma Giulio, all’alba dei 40 anni, ha ancora un sogno nel cassetto: quello di far diventare il suo maso un vero giardino vitato con una struttura di accoglienza per chi ama la coltivazione delle viti nel pieno rispetto della natura. Alla domanda se dopo oltre 4 anni molto intensi ha qualche dubbio sulla scelta, risponde con fermezza: «Nessun dubbio! È stata una scelta affascinante per un lavoro che dà soddisfazioni perché ti mette in costante contatto con la natura e con realtà molto lontane grazie alla vendita diretta come azienda. I nostri acquirenti - prosegue Larcher - sono molto attenti alla sostenibilità delle nostre produzioni. Abbiamo eliminato gli insetticidi, i prodotti di sintesi li usiamo solo eccezionalmente, altrimenti solo rame e zolfo, niente diserbo chimico ma solo meccanico». Ma allora perché non avete fatto la certificazione biologica? «Non la vedo necessaria, i nostri clienti non la ritengono indispensabile. Apprezzano molto il nostro modello integrato che punta al costante rispetto della natura». Larcher è impegnato nel Consorzio Vignaioli indipendenti e fa parte di un gruppo di lavoro. Sentimentalmente è legato a Novella che di professione fa l’avvocato e che quando può gli dà una mano in campagna.

















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