criminalità

«Un recinto tra noi e quella teppaglia»

Dopo l’aggressione in via Gazzoletti, parla la pancia della gente. Con toni da linciaggio. L’anziana: «Gettateli a mare». L’autista: «Via di qui»


di Luca Marognoli


TRENTO. Sotto i Palazzi della Provincia e della Regione, a un passo dall’Hotel Trento, a cinquanta metri da uno degli uffici postali più grandi (e affollati) della città, a cento metri da un asilo. Eppure l’aggressione di un cinquantenne, picchiato e rapinato di 100 euro da tre individui alle 6 di mattina di domenica, accanto alla fermata dell’autobus di via Gazzoletti, non stupisce chi vive e lavora nella zona. La vicinanza con piazza Dante, “covo” della microcriminalità, e alcuni precedenti allarmanti come l’accoltellamento di fronte all’ingresso della Regione, due anni fa, e le scorribande degli spacciatori nelle strade del circondario, hanno fatto capire che di zone franche non ce ne sono.

In attesa che il Comune, tra poco più di un mese, riapra al pubblico il parco di piazza Dante - con l’intenzione manifesta di “restituirlo alla città” (ma quante volte è stata ripetuta questa frase) - nulla è cambiato sotto il sole, che ieri pomeriggio ha portato in piazza Dante l’afa tipica delle giornate di agosto. Alle quattro del pomeriggio chi passa cerca l’ombra ma non si azzarda a sconfinare dal listone nella vicina area giochi, “occupata” da gruppi di stranieri e italiani accampati sul prato o seduti sulle panchine.

Non ci sono barriere fisiche ma tra i “comuni cittadini” e l’umanità varia che staziona nel “boschetto” accanto alla Provincia è come se ci fosse un muro invisibile. La sensazione è di due mondi separati, ma che da un momento all’altro potrebbero venire a collisione: nonostante sia pieno giorno, nonostante vi sia del passaggio, nonostante gli autobus che circolano a poca distanza, nonostante anche il tentativo dei passanti di far finta di nulla, chi è qui ad aspettare l’autobus o a transitare per raggiungere la stazione, Cristo Re o va in direzione del Buonconsiglio, dà l’idea di tenere gli occhi ben aperti.

Un’anziana stringe la borsetta mentre incrocia un uomo (bianco) in canotta e ciabatte che punta verso il parco con due litri di vino in confezioni di tetrapak sotto braccio. Attorno al parchetto giochi di bambini non se ne vede uno: tutto attorno vedi uomini sulla cinquantina camminare con gli occhi fissi nel vuoto e la bottiglia in mano, giovani stranieri seduti che discutono animatamente, altri sdraiati nel prato come in attesa che arrivi qualcuno o accada qualcosa.

Tra queste persone ci sono i molti senza dimora che il cantiere ha costretto a “riparare” nella parte nord del giardino spingendo l’associazione Volontarinstrada a organizzare una manifestazione in piazza per chiedere al Comune di accelerare i tempi della riapertura del parco. Accanto a loro però ci sono anche gli spacciatori e, in molti sospettano, anche gli aggressori di domenica mattina.

Le reazioni della gente vengono dalla pancia e il rischio di fare di tutta un’erba un fascio, seminando odio indistinto, è concreto. Due anziane signore in attesa del pulmino per la casa di riposo, alla notizia dell’aggressione da parte di tre stranieri, parlano di «caricarli su un aereo e buttarli a mare»; una donna dipendente di un’azienda vicina si lascia scappare: «Ci vorrebbe un recinto per tenerli separati». «Mi è già capitato - aggiunge quest’ultima - di vedere persone passarsi di mano la droga proprio qui, accanto alla fermata. La mia azienda ha un deposito di immondizia vicino al Giulia: prima del porta a porta, ci trovavamo dentro gente che si faceva o si accoppiava, anche tra uomini».

Un autista di autobus sbotta: «Bisognerebbe togliere di mezzo questa zavorra, piazzata sotto i palazzi delle istituzioni. Ma sono loro, i politici, a lasciarli qui, per questioni di comodo. Lei li porterebbe qui i suoi bambini? Spacciano anche se c’è la polizia, appena gli agenti si voltano. Se non lavorano, spediamoli a casa loro». Toni quasi da linciaggio e, allo stesso tempo, di paura. Accanto al laboratorio di analisi Adige, trovi dipendenti provinciali in “pausa sigaretta”: «Gente losca se ne vede ancora, anche persone che si rincorrono», dice uno di loro. «Io quando vado alla stazione tengo lo sguardo basso. A scanso di equivoci, meglio camminare facendo finta di avere i paraocchi».













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