E' morto l'artista Umberto Postal

Coraggioso sperimentatore, si era imposto sulla scena con i Nuovi Futuristi


Sandra Mattei


Se n'è andato proprio alla vigilia della mostra che oggi (col vernissage, da domani l'apertura al pubblico) alla casa d'Arte Depero di Rovereto gli rende omaggio, insieme al gruppo dei Nuovi Futuristi, che l'hanno portato sulla scena internazionale. Umberto Postal, 62 anni, sperimentatore, perfomer, artista, si è spento la notte scorsa a Trento, per una malattia che l'ha consumato lentamente. Da circa due mesi era assistito all'Hospice di Via Malta, attorniato dal personale di cure palliative, dalla famiglia e dagli amici più stretti. Se n'è andato allontanandosi a poco a poco da quella ribalta artistica, che esige sempre più visibilità a suon di provocazioni, di marketing, di sostegno pubblicitario. Umberto Postal si era fin da giovane appassionato ad una creatività che faceva della sperimentazione la sua ragione d'essere. Una sperimentazione di linguaggi diversi che oggi è fin troppo scontata, ma che nei primi anni Settanta permetteva ancora di trovare nuove strade e, soprattutto, di mettere la stessa vita al servizio dell'arte. Umberto Postal si definiva un artista e le sue opere erano il frutto dell'esigenza di comunicare arte. Non a caso, poco più che ventenne, con il diploma di odontotecnico in mano, se n'era andato a vivere in Olanda, dove aveva assorbito il flusso della cultura underground, che tutto coinvolgeva: la musica, la fotografia, la performance.  La sua ricerca ha accompagnato le correnti principali degli ultimi decenni del Novecento: dall'arte concettuale, dove era lo stesso Umberto, con il suo corpo, a riempire spazi in foto che lui rielaborava con allestimenti, manipolazioni, incisioni sulla carta sensibile, alla nuova figurazione. Un lavoro sulla centralità dell'arte come azione critica della realtà costituita, che incide sull'estetica e sul potere dell'immagine, creando spaesamento. Ha scritto Danilo Eccher, in occasione di un primo importante omaggio all'artista, quando venne allestita nel '95 una mostra alla Galleria Civica di Trento: «Umberto Postal, uno dei pochi artisti trentini delle ultime generazioni che ha avuto il coraggio di accettare il confronto internazionale (...) dalle esperienze psichedeliche dei primi anni Settanta all'ottimismo dell'iconografia di massa degli anni Ottanta, fino al rigore distaccato delle attuali pratiche concettuali». Sì, la massima notorietà era arrivata negli anni Ottanta, quando un gruppo di artisti aveva cercato un'estetica postmoderna, rapportandosi alle coraggiose sperimentazioni dei Futuristi, filtrate attraverso la cultura Pop. Erano nati così gli Arazzi, che rileggevano le icone della società con la tecnica di Depero. Ma più che rappresentazioni gioiose, lasciavano inquieti. Come Brown Sugar, la pubblicità con un bambino nero in un paradiso di palme, ma che rimanda ad altri paradisi, artificiali, o quell'aereo puntato verso i grattacieli, che sembra anticipare la tragedia dell'11 settembre. E un teschio era diventata l'icona ricorrente. Umberto, dopo la fortunata stagione dei Nuovi Futuristi, con Renato Barilli nume tutelare, aveva forse intuito dove l'arte stava andando a parare: sempre più succube delle regole di mercato. E se n'era andato in Nicaragua a fare, aveva detto in un'intervista a questo giornale «il situazionista, lavorando con i giovani, sperimentando l'antropologia sul terreno concreto della vita».  Umberto Postal scriveva anche riflessioni sulla globalizzazione che ha portato gli stessi bisogni a milioni di persone, senza dare strumenti culturali. Postal aveva confessato, tornando a Trento che si era sentito abbandonato, non più supportato da galleristi e critici. Ma non aveva perso la passione per la ricerca, mettendo ancora l'esperienza di vita nell'arte: nell'ultima mostra al Grand Hotel Trento aveva trasformato le foto delle sue chiavi delle case in Sud america in gigantografie: «Per me sono le chiavi che aprono porte, verso l'esterno».  

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