Le grandi firme e il loro undici ideale / Piero Vietti

di Carlo Martinelli

Il suo undici ideale lo schiera con il 4-1-3-2. Tocca a Piero Vietti raccontarci la sua formazione del cuore. Il responsabile del “Foglio sportivo”, l’inserto del weekend del Foglio che dall'agosto 2018 macina consensi per il modo diverso di raccontare lo sport, all’insegna della buona scrittura. 

 

1. Valerio Bacigalupo. Non l’ho visto dal vivo essendo nato 32 anni dopo la tragedia di Superga, ma il suo nome inizia la litania che ogni tifoso granata impara a memoria – Bacigalupo-Ballarin- Maroso… – i nomi degli Invincibili del Grande Torino che un giorno di maggio decisero di andare a vincere tutto da un’altra parte, per sempre, e che ognuno di noi conosce pur non avendoli mai conosciuti. Quando la Nazionale italiana schierò dieci giocatori del Toro titolari su undici, lui fu l’unico panchinaro, al suo posto il portiere bianconero Sentimenti IV. Avrà tempo per diventare il più forte, dicevano, è giovane. E’ morto a 25 anni. Nel suo portafoglio, tra i resti dell’aereo, trovarono una foto di lui con Sentimenti IV.

2. Ernesto Sabato. In difesa scelgo il grande scrittore argentino perché il suo romanzo “Sopra eroi e tombe” inizia con una panchina e perché il suo modo di intendere la scrittura è lo stesso che certi fuoriclasse hanno quando in campo vedono spazi e traiettorie che dagli spalti noi non intuiamo neppure. Parlando dei lettori, diceva che “bisogna strapparli alla realtà alla quale si sono abituati e portarli a vedere tutto con occhi nuovi, come se fosse la prima volta. Quando si sentiranno completamente inermi in questo mondo visto per la prima volta, l’angoscia li spingerà a cercare una soluzione, a rivolgersi a un maestro”. Non è forse lo stesso con i tifosi?

3. Il Settebello del 1992. Muro di difesa che all’occorrenza attacca e segna. Alle Olimpiadi diventiamo tutti esperti e appassionati di sport che durante l’anno non seguiremmo neanche per sbaglio, è vero. Ma il capolavoro della Nazionale italiana di pallanuoto allenata da Rudic ai Giochi di Barcellona, con quel gol ai supplementari in finale contro la Spagna, per me non ha eguali.

4. Gianpaolo Ormezzano. Centrale di difesa. Ha fatto la prima pagina di Tuttosport con il titolo più bello di sempre – “Toro, lassù qualcuno ti ama” – il giorno dopo lo scudetto del 1976. Ha scritto di qualunque sport con competenza e ironia, è stato ovunque e ha conosciuto i grandi campioni senza tirarsela mai. A 85 anni da compiere è ancora uno di quelli che bisogna leggere se si vuole imparare a scrivere.

5. Alex Schwazer. Esterno di difesa, a macinare chilometri sulla fascia. Perché al di là della sua presunta colpevolezza in quella storiaccia di doping non ancora chiarita fino in fondo non ha mai smesso di marciare, e perché una partita di calcio vive anche di giocatori che sanno muoversi nelle zone d’ombra. Più ingenuo che cattivo, innocente dostoevskiano, ha una tenacia per dimostrare la sua verità che nessun colpevole potrebbe avere.

6. Magic Johnson. Lo metto tra la difesa e il centrocampo. Me ne innamorai alle Olimpiadi del 1992, quando il basket americano arrivò in Europa facendoci capire che la pallacanestro che si giocava dalle nostre parti era un altro sport rispetto allo spettacolo di quel quintetto. Scelsi lui perché tutti erano pazzi di Michael Jordan, lui era sieropositivo ma giocava da Dio, io avevo undici anni e quel “Magic” non poteva non conquistarmi.

7. Il capitano Achab. Il protagonista di Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville, farebbe invidia a qualunque faticatore di centrocampo per la caparbietà, il furore e l’amore con cui passa la vita a cercare la Balena Bianca. Fino a morire pur di trovarla e farla venire a galla dalle profondità buie dell’oceano.

8. Ryan Giggs. Eleganza, classe, intelligenza, il gallese che ha scritto la storia del Manchester United dava l’impressione di essere sempre calmo, ma sapeva accendersi di un fuoco improvviso, diventare imprendibile e cambiare il corso delle partite. Fuoriclasse senza il fisico del fuoriclasse, aveva lava nel sangue sotto a una crosta apparentemente imperforabile. Il suo piede sinistro è patrimonio dell’umanità.

9. Paul Gascoigne. In una squadra con molti matti serve comunque il più matto di tutti. Un matto un po’ triste, l’emblema del luogo comune sul campione che avrebbe potuto fare sfracelli ma è finito male perché “gli mancava la testa”. Chiunque ci abbia giocato insieme lo ricorda con rimpianto. Gazza è il bivio sbagliato preso da sbronzi in contromano. Una corsa bellissima, sfrenata e adrenalinica, uno schianto sicuro. E’ impossibile non volere bene a Gascoigne, è impossibile non averlo in campo nel proprio undici ideale.

10. Gli ultras. Capri espiatori per quasi tutto ciò che non va nel calcio (a volte a ragione, spesso a torto), sono tra i pochi ad avere ancora un senso forte di appartenenza, a sentirsi tribù in un mondo di passioni on demand tagliate su misura. Brutti, sporchi e cattivi, hanno spesso più cuore dei giocatori per cui fanno il tifo. Lasciateli cantare, e decideranno le partite più di tanti bomber. 

11. Dino Buzzati. Lo sport è attesa del passaggio decisivo, mistero che non si finisce di indagare mai. Il grande giornalista e scrittore nato a Belluno ha scritto pagine uniche sul Giro d’Italia con Coppi e Bartali, di calcio e persino un libretto sul golf. La malinconia per l’apparente inutilità dei propri tentativi, e la paura per il tempo che passa e non basta, sono sentimenti che ogni sportivo conosce, e che Buzzati ha descritto meglio di chiunque altro. Per questo lo metto punta, ad aspettare l’assist che cambierà le sorti della partita.

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Piero Vietti è nato a Torino il 30 giugno del 1981. Figlio di madre juventina, ha il cuore granata per via di alcuni amici e di un edicolante che gli regalava figurine e gagliardetti del Toro. La prima partita che ha visto allo stadio fu un noiosissimo Juventus-Sampdoria finito 0-0. La seconda un

derby, dal campo. Ha giocato al Filadelfia prima che quello stadio diventasse un rudere da abbattere. All’epoca il settore giovanile del Torino era una cosa seria, per cui dopo un anno fu scartato e invitato a correre su altri campi. Ogni volta che ha iniziato a praticare uno sport lo ha abbandonato. Oggi è caporedattore al Foglio, dove prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale del sabato - “Il Foglio sportivo”, quattro pagine di culto per chi coltiva una idea “altra” di sport e del modo di raccontarlo - ha scritto un po’ di tutto e seguito lo sviluppo digitale del giornale. Quando può scrive ancora di quello che gli piace. Non è un giornalista sportivo ma per non sentirsi fuoriluogo ha parafrasato José Mourinho e pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Non ha scritto nemmeno un libro.