Le grandi firme e il loro 11 ideale / Darwin Pastorin

di Carlo Martinelli

L’undici di tutti i tempi e di ogni tempo. I campioni amati, non necessariamente (anzi) i più bravi o i più acclamati. Lo chiederemo a giornalisti, scrittori e narratori che alla cultura sportiva hanno dato molto in questi anni. A loro volta personaggi, certamente. Tutti accomunati  dal sacro fuoco della passione che va di pari passo con la bella scrittura, il racconto emozionante, il sapiente intreccio tra sport, letteratura e vita. A questo tipo di cronista chiediamo l’undici da  mettere in campo. Un solo vincolo: il numero 1 dovrà essere un portiere di calcio. Ruolo romantico e solitario per eccellenza. Per gli altri dieci, libera scelta. Calciatori e ciclisti, cestisti e nuotatori. Ma a chi si nutre di poesia e letteratura, storie familiari, incontri professionali, tutto è permesso. Iniziamo con Darwin Pastorin, giornalista e scrittore, una delle voci più importanti e rispettate del giornalismo sportivo italiano. Mettiamo in fila il suo undici, come ce lo racconta, in amabile conversazione.

 

1. Roberto Anzolin. “In Brasile, dove sono nato, tifavo Palmeiras. Quando sono arrivato in Italia ho scelto la Juventus. E lui è il portiere della mia prima Juve, quella che vinse lo scudetto del 1967, il tredicesimo dei bianconeri. Certo, se pensi ai numeri 1 della Juve pensi a Zoff o Buffon. Ma voglio omaggiare quel mio tifo da ragazzino e quel portiere elegante, nei suoi maglioni neri con la V bianca, uomo di rara gentilezza, sempre sorridente.  Anzolin, il piccolo angelo tra i pali”.

2. Vladimiro Caminiti. “In terza elementare il maestro Ugo Pagliuca ci chiese: cosa volete fare da grandi? Il giornalista, risposi. Cominciai scrivendo a mano un giornale di due pagine, una copia di tiratura, che poi vendevo a mia madre. Poi, crescendo, leggevo gli articoli di Caminiti su Tuttosport. Fui folgorato dalla sua scrittura. Una volta al giornale, al suo fianco, ricordo le gare di poesia in macchina con lui, mentre andavamo allo stadio. Era uomo di mostruosa cultura, maestro severo. Se sbagliavi un aggettivo era capace di non parlarti per 15 giorni”. 

3. Emilio Salgari. “Prima ancora del calcio, l’avventura. Che in Brasile comincia con la mamma che mi legge in italiano i romanzi di Salgari. Sono cresciuto con il sogno di essere Sankokan. Poi, le coincidenze: lo scrittore nasce a Verona, la città dei miei genitori. Muore tragicamente a Torino, la città della mia vita”. 

4. Giovanni Arpino. “Il ricordo di Giorgio Barberi Squarotti che alla facoltà di lettere mi fa leggere il trittico dei suoi romanzi. Dal 1969 sulla Stampa inizia a scrivere di calcio ed è lui che sdogana la scrittura sportiva. Un grande: con lui noi cronisti sportivi cominciamo ad avere una patria. Poi l’ho conosciuto anche a casa sua, nei suoi silenzi. Dopo tanti ho scoperto che aveva caldamente segnalato il mio nome per una assunzione al Guerin sportivo. E il suo “Azzurro tenebra” resta il più bel romanzo italiano sul calcio. Un grande”. 

5. Enzo Bearzot. “Nel 1978 è in lite con il Guerin Sportivo. Non vuole parlare con nessuno. Il direttore Cucci mi dice: vai e porta casa l’intervista. Se vuoi fare questo mestiere, devi riuscirci. Ho 22 anni. Telefono a Bearzot, al ritiro della Nazionale: gli dicono che lo cerca Darwin Pastorin. Risponde: per Darwin e Freud ci sono sempre… Però scopre che scrivo per il Guerin e vuole andarsene. Gli dico che se non porto a casa l’intervista…Mi fa: vieni, ti voglio vedere in faccia, prima. Scoprii la sua passione per i classici greci e latini e per la poesia turca. Era grande narratore e mister di un Mundial indimenticabile”.

6. Gaetano Scirea. “Eravamo amici. Poteva chiamarlo il New Yorker o il bollettino della parrocchia e lui diceva sempre grazie, a  tutti. Mai espulso, ammonito una sola volta, classe in campo, uomo perbene fuori. Sento ancora il suo abbraccio addosso, la sua assenza mi commuove”.

7. Garrincha. “L’eroe più poetico e tragico della storia del calcio. La poliomielite, l’angelo con le gambe storte e la finta che ingannava tutti, due mondiali vinti, una vita di sogno e di inconsapevolezza, il calciatore più cantato e scritto dai grandi artisti brasiliani. Era l’allegria del popolo, l’orgoglio dei poveri nelle favelas”. 

8.  Socrates. “Il tacco che la palla chiede a Dio. Al Mundialito del 1981, in Uruguay, mi chiese di fargli avere una copia in italiano delle Lettere dal carcere di Gramsci. Uno degli uomini che ha riportato la democrazia in Brasile, dopo anni di dittatura militare. Con il suo Corinthias volle sulle maglie proprio quel nome tanto negato: democrazia. Era di intelligenza mostruosa, alto, magro. Uno dei tre calciatori brasiliani che mi onoro di aver avuto come amici, insieme a Leo Junior ed Edinho”.

9. Pietro Anastasi. “Il mio idolo. Che poi diventerà amico caro, carissimo. In terza media mi assegnarono un tema: indica il più grande protagonista della storia italiana del ‘900. Io scrissi: Anastasi. Non fu facile spiegarlo al professore. Un giorno mi disse: sai più cose tu della mia vita che non io…Un grande calciatore, ancora di più un grande uomo”. 

10. Maradona. “Il più grande. Persino i suoi allenamenti erano spettacoli meravigliosi. Ero con lui sull’aereo che da Barcellona lo portava a Napoli, la città che più avrebbe amato e che più lo avrebbe amato. A suo modo sempre coerente. Si ricordano spesso le notti sbagliate, ma si dimenticano  le tante cose buone che ha fatto, per tanti. Istintivo, inarrivabile nel bene e nel male”. 

11. Ernest Hemingway. “Mio figlio porta il nome del pescatore de “Il vecchio e il mare”, Santiago. Dovrebbe bastare…”.

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Darwin Pastorin è nato a San Paolo del Brasile nel 1955, figlio nipote e pronipote di emigranti veneti. Agli inizi degli anni Sessanta il ritorno in  Italia, a Torino, che sarebbe diventata la sua città d’adozione. È stato redattore al Guerin Sportivo, inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore di Tele+, di Stream Tv, ai Nuovi Programmi di Sky Sport, di La7 Sport, di Quartarete Tv. Ha un blog su Huffington Post. "Gaetano Scirea. Il Gentiluomo" (Guido Perrone Editore) il suo ultimo libro. Ha avuto come maestri Giovanni Arpino e Vladimiro Caminiti. Nel 1996 con Limina pubblica “Ode per Mané. Quando Garrincha parlava ai passeri”, un libro che unitamente a “La farfalla granata” di Nando Dalla Chiesa ha segnato un punto di svolta nell’affermazione anche editoriale di quella letteratura sportiva che aveva avuto in Gianni Brera, per decenni, una sorta di testimone quasi solitario. Con “Lettera a mio figlio sul calcio e “Ragazzi, questo è il calcio!” ha saputo rivolgersi anche ai lettori più giovani.