Benvenuta, piccola Tramontana: primo cammello nato in Trentino
«Fiocco rosa» fra San Lorenzo e Nembia, nel piccolo agriturismo "Athabaska" gestito da Maurizio Cattafesta, originario di Carisolo. «Proponiamo laboratori per far conoscere la lana e gli animali da cui arriva, facciamo didattica e passeggiate con i lama»
SAN LORENZO - DORSINO. Se raccontiamo che è nato il primo cammello in Trentino, cosa rispondete? Immaginiamo già la reazione degli ambientalisti più duri: «Ecco la conseguenza dei cambiamenti climatici!». Per non dire dei sovranisti più assatanati: «Li avranno portati qua i migranti!». Niente di tutto questo. Signore e signori, siete fuori strada. Siamo a San Lorenzo in Banale (Comune di San Lorenzo-Dorsino), più esattamente fra San Lorenzo e Nembia, sulla strada per Molveno, dove Maurizio Cattafesta (originario di Carisolo) gestisce un piccolo agriturismo dal nome esotico, Athabaska, e soprattutto alleva una serie di animali da lana.
Fra questi c'è la famigliola di cammelli che ha dato la vita a Tramontana, la quale può andare fiera di detenere questo record personale: è la prima femmina di cammello nata in Trentino.
Attenzione alla precisazione: animali da lana. Parli di cammelli e pensi al caldo. Questi provengono dal deserto del Gobi, fra Mongolia e Cina, dove si affrontano temperature estreme. «Si va dai più 29 ai meno 39», precisa Cattafesta. Cifre che hanno un significato preciso: i cammelli, questi cammelli, si possono trovare bene nel clima delle nostre montagne. «Mettono su la lana durante l'anno e si auto tosano in primavera».
Ora la famiglia è al completo: insieme a mamma Nima e a papà Archimede vive Tramontana. E viene subito una domanda: cosa mangia un cammello a San Lorenzo? «Diciamo che è un animale particolare - commenta il proprietario - perché si ciba di vegetazione fresca, ma anche di rovi. Ha una dentatura molto forte, perciò può mangiare un po' di tutto. Intendiamoci, i miei cammelli si sono abituati a mangiare tutti i giorni. I loro colleghi che vivono nel deserto sono abituati a quattro mesi di clima inospitale. Questi pascolano, però sono pigri: se c'è il fieno buono rimangono a mangiare il fieno».
Come dire? Non siamo solo noi umani a preferire le cose buone. «I cani da slitta, per dire, sono abituati a vivere anche a meno 50, ma se la temperatura è più mite non si offendono. I comfort piacciono anche a loro». Uno sfizio o un'occasione di lavoro? A parte il fatto che non è necessario cercare sempre una motivazione nelle scelte umane, possiamo dire che quella dell'allevatore di animali da freddo è anzitutto una passione, che è stata trasformata in occasione di lavoro. «Noi facciamo molte attività», racconta Maurizio Cattafesta.
Proviamo ad elencarle? «Per esempio, alleviamo Husky, i cani da slitta, per il turismo invernale a Madonna di Campiglio. A me piacciono gli animali da freddo che l'uomo ha manipolato poco». Tipo? «I lama, gli alpaca, le mucche scozzesi lanose, le pecore d'Angora e le capre del Vallese. E poi i cammelli e i dromedari». Insomma, molti animali da freddo, e quindi da lana, provenienti dagli angoli più disparati del mondo. «Esatto. Mi piace organizzare i laboratori - confessa il protagonista - per far conoscere la lana e gli animali da cui arriva. Facciamo didattica, passeggiate con i lama e laboratori con la lana».
Ecco un piccolo mondo antico in una cornice ideale: in montagna, ma tutto sommato poco lontano dai rumori della nostra società. Athabaska... Maurizio Cattafesta coglie la nostra incertezza e ci viene in aiuto: «Athabaska è il nome della tribù indiana che ha selezionato i cani da slitta». I quali in questo luogo familiarizzano con i cammelli.