l’intervista

«Iran, la battaglia per i diritti delle donne è anche mia»

Da Teheran a Riva del Garda, inseguendo amore e libertà: la storia di Shohreh Shaghaghi



RIVA DEL GARDA. «Quando il 10 gennaio il governo iraniano ha reso obbligatorio l’uso del velo all’aperto per tutte le donne, in tante si sono ritrovate nei pressi di un centro commerciale di Teheran e hanno manifestato senza velo».

Il coraggio delle donne iraniane emerge con forza dalla testimonianza di Shohreh Shaghaghi, nativa di Teheran, ma in Italia dal 2005. Shohreh ha lasciato i genitori, fratello e sorella per raggiungere Viterbo prima, Tione e poi Riva del Garda insieme al marito Mazeyar Dashtipour, oggi medico di base a Affi. In Iran la lotta per la democrazia vede le donne scendere in piazza senza paura.

«Abbiamo sopportato per tanti anni e adesso siamo stufe. Parlo al plurale perché mi sento vicina alle donne iraniane in lotta tra le quali ho molte mie amiche e parenti. Leggendo i giornali sembra che si sia creata una situazione nuova, quando invece sono anni che è così e che ci sono uomini che vogliono decidere per tutte le donne».

In che senso?

«Le faccio un esempio. Sono nata nel 1979 dopo la caduta dello Scià, già allora alle bambine di 6 anni se volevano andare a scuola era imposto il velo ed una sorta di tuta che copriva tutto il corpo. Impensabile già allora che una bimba potesse andare a scuola vestita liberamente come fa adesso mia figlia a Riva».

C’è stato un momento nel quale sembrava che le cose potessero cambiare?

«Sì, con Mohammad Khatami come presidente dell’Iran, quando era possibile che nel caso in cui il velo cadesse sulle spalle, le donne non erano obbligate a rimetterlo in tutta fretta. Oggi siamo controllate anche con le telecamere che controllano il traffico. Se una donna guida senza, viene identificata e la polizia morale – che c’è sempre stata – va a casa a contestarle l’ammenda».

Lei è sposata a Teheran. Com’è stata la cerimonia?

«Come la volevamo io e mio marito, ma solo perché abbiamo pagato un extra, affittato un locale privato e così ci siamo potuti comportare liberamente».

In Iran ha mai avuto paura?

«Paura mai, problemi sì, tanti. Ricordo una volta che ero uscita insieme al mio futuro marito in una calda giornata d’estate vestita con un paio di pantaloni al polpaccio, sandali e senza calze. Fummo fermati dalla polizia morale che mi contestò la mancanza delle calze, consigliandomi di metterle».

La sua reazione?

«Mi rifiutai, ma fermai anche mio marito che per evitare problemi voleva andarle a comprare. Non accetto che mi si imponga come vestire, anche perché il Corano non obbliga la donna ad indossare le calze, ma le consiglia solamente».

Per la donna cos’altro è vietato?

«Tutto quanto può creare fascino come un paio di occhiali o un paio di scarpe. Le faccio un altro esempio. Ci viene a trovare a Teheran un nostro amico italiano e si va a fare un giro. Ci comportiamo come avremmo fatto in Italia, si ride e si scherza: è bastato quello per far intervenire la polizia morale che ci ha chiesto un comportamento più consono specialmente da parte mia».

Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata.

«Una donna che non indossa il velo rischia l’arresto ed il divieto di uscire dall’Iran per tre anni. In strada rischia l’aggressione e come purtroppo abbiamo visto, oltre al carcere anche la vita».

Lei si è laureata in Lingue Straniere trovando lavoro in un ufficio import export di Teheran con rapporti commerciali con Dubai, Malesia e Francia; nel 2003 conosce suo marito, nel 2005 si sposa ed arriva in Italia.

«È stato uno strappo molto doloroso ed avevo anche tanta paura. Oltre ad essere molto affezionata alla mia famiglia, non ero mai uscita da Teheran. Non conoscevo la vostra lingua e dell’Italia non sapevo nulla: mi sono fidata ciecamente di mio marito e non ho sbagliato»

Qual è stata la prima impressione?

«Premetto che mio marito non mi ha fatto pressione e dicendomi che potevamo vivere solo col suo stipendio e così mi ha dato il tempo necessario per ambientarmi. A Viterbo ho seguito un corso di italiano ed ho cominciato a conoscere le vostre abitudini. A Tione ho conosciuto il Trentino e a Riva è iniziata la mia nuova vita. Alla fine ho più amici italiani che iraniani».

A Riva del Garda è a “Sanitaria Ortopedia Salus” e sembra guardare con fiducia al futuro.

«Anche il negozio è gran parte merito di mio marito. È vero che ho studiato e mi sono preparata, ma i clienti quando sanno che possono contare anche sulla consulenza di un medico, prendono ancora più fiducia».

Le manca la sua famiglia?

«Molto, però non posso dire niente. L’eventuale scelta di raggiungermi dev’essere presa solamente da loro. I miei genitori hanno la casa di proprietà e non hanno problemi economici, mia sorella ha la sua famiglia e poi sono convinta che non devo essere gli iraniani a lasciare la loro terra, ma a cambiare dev’essere l’Iran».

Se le chiedessero un consiglio?

«Direi di non venire. Troppo dura senza un lavoro, senza conoscere la lingua. Meglio restare ed impegnarsi per arrivare ad un cambiamento».

Tornerà in Iran?

«Lo desidererei tanto. Sono più di cinque anni che non vado a casa, ma adesso sarebbe troppo pericoloso. Oltre allo stato in essere, ho la doppia cittadinanza che è una cosa che non è accettata. Si creerebbero situazioni che preferisco evitare. Con i miei parenti ho un contatto quotidiano e spero che presto la situazione possa cambiare».

















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