«Felik», la leggenda della città nella valle perduta tra i ghiacci
Le affascinanti pagine di Stefano Motta (Cai Edizioni) tra romanzo e indagine storica, alpinistica e antropologica: dalla rievocazione di un'ardita esplorazione avvenuta realmente a fine Settecento alla vicenda contemporanea di un professore in pensione che intende scoprire le tracce del misterioso insediamento umano a quota quattromila sul monte Rosa
LIBRO "Quattro contro l’Everest", l'avventura del 1962
CIME «Il maestro itinerante», i montanari e la voglia di sapere
Agosto 1778: sette giovani di Gressoney decidono di salire ai 2.453 metri dell’Alpe Lavetz, il più alto alpeggio della valle. Sono diretti molto in alto, alla testata della Valle del Lys, decisi a verificare se ci sia del vero in una leggenda nota da tempo ai piedi del Monte Rosa, il racconto di una «valle perduta», verde e fertile, situata al di là dei ghiacciai che, avanzando, avrebbero chiuso l’antica via per raggiungere quei campi alberati. I sette hanno preparato accuratamente l’ascensione.
Hanno lunghi bastoni per sondare la neve, sotto le scarpe hanno dei ferri a mo’ di ramponi e sul ghiacciaio - consci del pericolo dei crepacci - si legano in cordata.
«Sono conoscenze frutto dell’esperienza di emigranti stagionali - ha scritto Pietro Crivellaro a commento degli scritti di Joseph Zumstein («Cinque viaggi alle vette del Monte Rosa (1819-1822)», Zeisciu 2020) -, tipica dei Walser di Gressoney che fanno i merciai ambulanti soprattutto nei cantoni tedeschi della Svizzera e in Baviera, grazie al vantaggio della lingua».
A guidare il gruppo di gressonari, in quell’estate, è Jean-Joseph Beck, soprannominato Pecco, che, al servizio di un proprietario di pascoli in Valsesia, ha sentito parlare della valle perduta in una locanda di Alagna. Il giovane pastore è venuto a sapere che gli alagnesi stanno progettando una spedizione esplorativa, ma sul versante della sua valle.
Tornato a Gressoney, ha convinto il fratello Valentine e un suo amico cacciatore a compiere in fretta l’esplorazione precedendo i rivali.
In segreto, i tre hanno chiesto ad altrettanti, fidati cacciatori di unirsi al gruppo e, infine, si sono rivolti ad un uomo istruito, Nicolas Finzens, affinché prenda parte all’ascensione e ne scriva poi un resoconto.
È così che i sette montanari in quel giorno di metà agosto salgono e rimontano i ghiacciai del Monte Rosa spingendosi sempre più in in alto, fermandosi a riposare quando il respiro si fa affannoso e l’altitudine inizia a dare il mal di testa.
Una volta raggiunto il crinale più elevato, anziché una verde vallata, ai loro occhi appare, simile ad lungo un fiume bianco che scende in direzione di Zermatt, il ghiacciaio del Gorner. Da quel punto dominano molte altre vette sul versante vallese, ma nessun eden coltivabile.
Sono a 4.177 metri di altezza e decidono di battezzare quell’isola di roccia Entdeckungsfels, Roccia della Scoperta. Poi, temendo il buio, tornano a valle.
Il resoconto di Finzens - che nel 1785 intraprenderà lo sfruttamento di una miniera d’oro nella vallone di Indren, a tremila metri di altezza - è fortunatamente giunto fino a noi.
La storia di questa ardita esplorazione di fine Settecento e la leggenda della ricca città di Felik che sarebbe sorta sul ghiacciaio del Lys, insieme a quella dell’ebreo errante giunto sul Monte di Varallo e alla vicenda contemporanea di un professore in pensione che intende scoprire le tracce del misterioso insediamento, si intrecciano ora in un avvincente romanzo di Stefano Motta da poco pubblicato nella collana «voci di montagna» delle edizioni Cai.
«Felik», questo il titolo del libro, è una storia narrata su diversi piani temporali che cattura il lettore non solo con le suggestioni della leggendaria città e della valle perduta, ma anche con ipotesi e conferme che oscillano fra storia e scienza.
Con il progressivo ritiro glaciale che a causa dei cambiamenti climatici è sotto ai nostri occhi, rimane un fatto che sulle Alpi stiano venendo alla luce tracce di frequentazioni delle alte quote corrispondenti a periodi nei quali i ghiacciai erano meno estesi, o estesi come lo sono attualmente.
La città di Felik, secondo la leggenda che rivive nel romanzo, sarebbe stata sommersa dalla neve a causa della superbia e dell’ostilità degli abitanti che avrebbero scacciato un pellegrino giunto fin lassù.
Ma rimane il fatto che dal Colle del Teodulo e non solo, ad oltre tremila metri di altezza, transitassero un tempo mercanti e animali.
Con il ritiro del ghiacciaio del Lys - ci ricorda l’autore in chiusura del libro - sulla roccia lasciata libera dal ghiaccio sono apparsi segni di fori nella roccia effettuati probabilmente per cercare venature aurifere.
Ed è un fatto che prima della cosiddetta Piccola età glaciale - il periodo di raffreddamento verificatosi fra il XIII e il XIX secolo - gli insediamenti del popolo Walser sul Monte Rosa raggiungessero quote anche assai elevate.
Il professore e il suo allievo, le antiche mappe e i sette gressonari, l’ebreo in cammino e altri personaggi di questa storia che si legge d’un fiato sono dunque i protagonisti di un racconto che pare davvero scaturire da cronache d’altri tempi.