Bivacchi, custodi delle montagne e testimoni della storia sulle Alpi
Da quelli pionieristici sul monte Bianco (che già sollevarono discussioni) a quelli avveniristici dei nostri giorni (che spesso diventano attrazioni da social): alle vicende di queste strutture è dedicato un interessante libro di Luca Gibello, presidente di Cantieri d’alta quota, alpinista e giornalista
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L’arrivo a Trento del bivacco Fiamme Gialle - portato dalla spalla del Cimon della Pala al Muse, dove sarà visitabile con le sue otto brandine di alpinistica memoria - offre lo spunto per tornare alle origini di questo tipo di strutture, inventate giusto cent’anni fa dal Club alpino accademico italiano (CAAI), e di ripercorrerne l’evoluzione.
Lo facciamo grazie al nuovo libro di Luca Gibello (presidente dell’associazione Cantieri d’Alta Quota, alpinista e giornalista, storico dell’architettura), «I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola» edito dal CAI.
È una storia, invero, che affonda le radici nell’alpinismo pionieristico di ben oltre un secolo fa. Infatti, se per gli improvvisati accampamenti in quota gli scienziati-alpinisti ottocenteschi si servivano di anfratti naturali o di pietre sul posto per alzare una minima protezione nelle loro soste notturne, già a metà di quel secolo, ai Grands Mulets sul Monte Bianco, si costruì una prima struttura capace di dare riparo. Si era nel 1853, e quarant’anni dopo si decise di erigere addirittura sulla vetta, a 4.810 metri, un osservatorio scientifico in legno e lamiera che, essendo ancorato unicamente al ghiaccio, ebbe vita breve e scomparve all’inizio del Novecento.
Ma se si eccettua la capillare infrastrutturazione della montagna sulle Alpi orientali portata dalla necessità di combattere la Prima guerra mondiale fin sulle cime più alte, occorre tornare a Torino, ad una riunione del CAAI del dicembre 1923, per assistere alla nascita del concetto di bivacco fisso, ossia di una struttura ancorata al terreno che, secondo la commissione apposita che se ne occupò, doveva ospitare 4-5 alpinisti e contenere coperte di lana.
Foderato di lamiera, rivestito in legno all’interno e protetto da un parafulmine, il bivacco così concepito pesava 6 quintali, «ripartiti in colli da 25/30 chili ciascuno, per facilitare il trasporto con muli e poi, soprattutto, a spalla», spiega l’autore.
L’assemblaggio dei materiali presso l’officina Ravelli e la raccolta di fondi permettono di inaugurare, nell’estate del 1925, i primi bivacchi: sul Monte Bianco - ai 2.958 metri del Col d’Estellette e al Fréboudze - alle Grandes Murailles in Valpelline e, gradatamente, su molte altre montagne.
La loro diffusione apre il dibattito su quanto queste strutture incidano sul senso dell’avventura alpinistica. Dopo l’installazione di un bivacco alla Brèche Nord des Dames Anglaises, la guida francese Vallot avverte che «il Rifugio-Bivacco delle Dames Anglaises riduce la portata di questo itinerario senza pari nelle Alpi che è la Cresta di Peuterey».
Nel 1935, a cura della sezione CAI di Bolzano, a quota 3.100 a sud-est della cima principale del Sassolungo viene installato il bivacco intitolato a Reginaldo Giuliani. È il primo delle Dolomiti. Ed è un ingegnere e alpinista socio (e presidente) della SAT, Annibale Apollonio, ad occuparsi della evoluzione del “modello Ravelli” «al fine di migliorare comfort e prestazioni, in caso di soggiorni prolungati o forzati».
Ne aumenta le dimensioni, predilige un volume parallelepipedo. «La capienza ottimale è valutata in 9 posti letto, ricavati grazie all’inserzione di singole cuccette a rete metallica».
Bivacchi di questo tipo iniziano a sorgere - osserva Gibello - nella «parte alta di valloni tra loro paralleli, in modo da fungere non solo da punto d’appoggio per le salite alpinistiche, ma anche da trasversale collegamento in quota, secondo una ratio che, in seguito, si definirà di trekking».
La successiva evoluzione porta il nome della Fondazione Antonio Berti, con l’ingegner Giorgio Baroni che apporta «radicali migliorie per quanto concerne gli aspetti tecnico-costruttivi», ma anche dalla Francia giungono idee innovative, come dall’architetta Charlotte Perriand dello studio parigino di Le Corbusier: con l’ingegnere André Tournon, su sollecitazione della Federazione francese di sci e dei sodalizi alpinistici, crea il refuge-bivouac con intelaiatura di tubi metallici e pannelli rivestiti in alluminio.
Il viaggio nella storia dei bivacchi alpini nell’opera di Gibello passa attraverso le esperienze svizzere, austriache, slovene… e approda al 2011 quando, nel vallone del Fréboudze, con moduli «pronti» assemblati sul posto viene installato l’iconico bivacco Gervasutti alle Grandes Jorasses (2.835 metri) dalla forma cilindrica, con moduli fotovoltaici, illuminazione, prese elettriche, piastra da cucina e computer connesso al web.
Forme diverse, architetture piramidali, esagonali e di altri tipi si sono diffuse sulle Alpi in questi ultimi anni lungo una scia di evoluzione che continua. E il bel libro di Gibello la racconta con tante immagini e dovizia di particolari.