Romagnano, Dario Forti: un'esperienza profonda e la scelta biologica
Un imprenditore agricolo, oggi in società con i familiari, che dal 1966 lavora in campagna fra meli e ciliegi, da sempre attivo anche nelle organizzazioni di categoria, in particolare nella Cia Agricoltori italiani del Trentino di cui la moglie Mara Baldo è presidente
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La storia di questa settimana viene da Romagnano di Trento ed è quella di un imprenditore agricolo antesignano, uno dei primi in valle dell’Adige a mettere a dimora ciliegi estirpando per questo le vecchie piante di melo, nell’indifferenza di tutti.
Parliamo di Dario Forti, 75 anni ben portati, che assieme a moglie e figli ha costituito una società. La moglie Mara Baldo, eletta dieci anni or sono in giunta camerale in rappresentanza della Cia Agricoltori italiani del Trentino, è da pochi mesi presidente della sua organizzazione.
L'azienda famigliare si compone di circa 15 ha, circa 10,600 sono coltivati a melo delle varietà Royal Gala, Pink Lady, Inored Story Braeburn, Granny Smith e Regal You. Quest'ultima varietà unitamente alle Inored sono varietà resistenti.
Dario ricorda che coltiva anche circa 1.300 ha di ciliegie della varietà Kordia e Regina, piantate nel lontano 2001: «Ci hanno dato ottime soddisfazioni, soprattutto per una decina di anni. Attualmente è sempre più difficile portare a termine la produzione, per le tante insidie che ci sono (drosophila suzuki, cimice, ecc.) con tanti costi e sempre minore remunerazione.
Da qualche anno, quando i miei figli hanno deciso di rimanere a lavorare in azienda, per diversificare ulteriormente le produzioni, hanno pensato di piantare dei vigneti della varietà Chardonnay in zona Romagnano e Pinot Nero in val di Gresta.
Il loro sogno è in futuro di produrre spumante Trento Doc e magari riuscire a farsi una piccola cantina per poterlo commercializzare. Sarei molto felice di poterlo vedere realizzato».
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Dario è stato molto impegnato anche nel sociale: è stato componente nei cda del Codipra, di Cia e delle Aziende agrarie in rappresentanza della stessa organizzazione.
Lavora a tempo pieno in campagna dal 1966, quando l'agricoltura era molto diversa. Le aziende agricole erano numerose, per la maggior parte in valle dell’Adige, si coltivava a mezzadria, pochi erano gli appezzamenti in proprietà.
A quei tempi si coltivavano soprattutto pere della varietà Williams e Kaiser e vigneti Schiava, Merlot, per vinificare, e varietà da tavola.
Per i grossi problemi di difesa fitosanitaria (psilla) e sopratutto di mercato, la coltivazione della pera venne piano piano sostituita con la mela, inizialmente con porta innesti forti tipo franco, sostituiti negli anni '70 da porta innesti deboli tipo M9, 7 – 106.
«In quei primi anni della mia attività - ricorda Forti - per la difesa fitosanitaria eravamo in mano all'industria chimica. Attraverso i loro tecnici di campagna ci venivano consigliati prodotti che venivano utilizzati senza conoscere esattamente la loro pericolosità, direi che erano tossici e noi li usavamo senza grandi precauzioni.
Era una difesa che non teneva conto né della presenza dei parassiti né delle condizioni atmosferiche, si trattava a calendario.
Io sono stato sempre molto critico nei confronti di questo metodo e attraverso la frequenza di vari corsi di approfondimento, istituiti dall'istituto agrario di San Michele e vari altri enti, ho raggiunto una consapevolezza tale da mettere in discussione questo modo di intervenire.
Nel 1976, con la legge provinciale 39 fu istituito l'Esat, che aveva nei suoi compiti l'assistenza tecnica in campagna.
Dei tecnici molto preparati e motivati hanno trasformato la difesa da calendario a integrata e tempestiva, rispettando e cercando di impattare il meno possibile sull'ecosistema».
Per quanto riguarda l'azienda oggi, Forti spiega: «Io non sono più il solo titolare, ma da qualche decennio l'abbiamo trasformata in società semplice agricola della quale fanno parte tutti i miei familiari.
Questo è un lavoro che mi è sempre piaciuto e vorrei continuare fino a quando mi sentirò utile nell'azienda, salute permettendo».
Dario, confessa che qualche volta si è pentito di aver scelto questo lavoro, soprattutto per l'impegno temporale che non gli ha permesso di ritagliarsi del tempo per i suoi hobby, in particolare la montagna.
«Quando ho cominciato non si trattava di una scelta di vita, ero il maggiore figlio maschio e quindi si doveva rimanere a lavorare la terra. Era scontato che il figlio maggiore di un contadino facesse il contadino».
Facendo questo lavoro, almeno per lui, si è acquisita una sensibilità maggiore nei confronti dell'ambiente per la conoscenza che si ha dello stesso e quindi viene spontaneo rispettarlo.
Negli anni '80 Dario, ha partecipato a un corso istituito dall'Istituto Agrario di San Michele, docenti Diego Forti, Luisa Mattedi e Mauro Varner, e con queste nuove nozioni ha raggiunto una consapevolezza che lo ha invogliato ad intraprendere la decisione di coltivare con metodo biologico.
«Purtroppo, però, per vari impegni economici e per il fatto che da solo dovevo curare i trattamenti, non ho avuto la possibilità di farlo all'epoca. Ho potuto raggiungere questo importante traguardo solo nel 2010, quando l'azienda è stata certificata biologica.
Quando ha fatto la scelta di produrre biologico i suoi amici e colleghi l'avevano vista con molto interesse e un po' di invidia, «ma adesso, in questo momento storico, mi sento molto criticato e mal visto», afferma.
Alla domanda conclusiva, se dopo tutte queste riflessioni, consiglierebbe comunque a un giovane di fare l'agricoltore, risponde: «Sicuramente lo metterei a conoscenza dei molteplici problemi dell'attività.
Gli direi di studiare, studiare, studiare, di osservare bene e di essere capace di cambiare in fretta, guardando sempre avanti, pensando, senza paura, di mettere in discussione quello che si sta facendo».