Fiavè, Flavio Bronzini: fin da bambino la passione per l'allevamento
Nella piana del Lomaso la lunga attività del 74enne, «allevatore da sempre», oggi è proseguita da tre dei cinque figli: «Con il loro subentro l'azienda ha intrapreso una riqualificazione strutturale, con un occhio di riguardo all’efficienza energetica, al rispetto dell'ambiente e al benessere animale»
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La storia di questa settimana viene dalla piana del Lomaso, Fiavè (comune Comano Terme): è quella di Flavio Bronzini, di 74 anni, «allevatore da sempre» si autodefinisce.
Ma quali sono i suoi ricordi di quand’era giovane chiediamo a Bronzini?
«Ricordo che mentre frequentavo l’Istituto agrario non vedevo l’ora che arrivasse il sabato per tornare a casa e potermi occupare direttamente del bestiame, del fieno, di tutto ciò che riguardava la stalla, in aiuto al nonno e alla mamma.
Lei doveva occuparsi di altri quattro figli più giovani di me, perché mio papà è morto quando avevo 9 anni.
Trasformai in stalle i “volti” delle patate, per poter aumentare il numero di vacche, che man mano acquistavo, prima due e poi una decina.
Nel 1977, con uno dei miei fratelli, decidemmo di costruire una stalla nuova. Erano periodi difficili dal punto di vista finanziario, perché gli interessi superavano il 10%, ma per fortuna c’erano mutui provinciali agevolati: i debiti e il lavoro non ci facevano paura».
Come è stato il cambiamento nel suo settore in questi decenni?
«La stalla è un mondo in continua evoluzione, nel corso degli anni si è passati dalla “posta fissa” alla stabulazione libera con lettiera permanente, per una mandria di circa 70 vacche più rimonta. Le nostre vacche sono di razza frisona e Bruna alpina.
Negli anni '60 c’erano in zona solo due trattori privati, da 50 cavalli, che si prestavano al servizio di altri allevatori. Contemporaneamente si usavano ancora buoi e cavalli per arare, portare a casa il fieno o seminare patate.
Negli anni '70 iniziò lentamente la sostituzione con trattori e attrezzature che permettevano di fare meno fatica e lavorare più terra».
E ci racconta un po' della vostra esperienza?
«Nel 1992 mio fratello scelse un altro lavoro e mi trovai a proseguire da solo, con un operaio, sperando e cercando di appassionare anche i miei figli, che fin da piccoli, dopo la scuola, venivano in stalla a vedere e a fare qualche piccolo servizio.
Ho la fortuna di avere una bella famiglia, che è composta oltre che da me, da mia moglie e cinque figli, quattro maschi e una donna.
Mia moglie Grazia di professione maestra, ha sempre collaborato nella parte della gestione amministrativa dell’azienda.
Tre dei figli, Simone, Beniamino e Tommaso, dopo aver frequentato l’Istituto agrario, ora si occupano dell’azienda con mia grande soddisfazione.
Io non sono più proprietario ma ancora oggi li aiuto quando hanno bisogno. Il figlio maggiore, Serafino, aiuta quando può per la manutenzione delle macchine».
Come si è modificata nel tempo la vostra impresa?
«Col subentro dei figli, l'azienda ha intrapreso una riqualificazione strutturale: si è partiti dall’ammodernamento della stabulazione degli animali, ora a cuccette, nuove coperture per la rimonta, ammodernamento di vecchi impianti di mungitura, ventilazione ed asportazione delle deiezioni.
Tutto questo con un occhio di riguardo all’efficienza energetica, ancora più sostenibile grazie al nuovo impianto fotovoltaico.
In campagna non si adotta il biologico, ma si effettua la rotazione (che include mais, erba medica, erbai e fieno di montagna).
Questo permette di produrre foraggi di qualità per gli animali. L’alimentazione è completata da mangimi e materie prime scelti con studio e cura.
Quanto sopra descritto è orientato al rispetto dell'ambiente, al benessere animale e alla pulizia».
E che cosa ci dice del vostro latte?
«Anche la produzione di latte è migliorata per quantità e qualità. Viene conferito alla cooperativa Latte Trento.
I figli mi sembrano soddisfatti della remunerazione, ma ora con gli aumenti del costo di materie prime, macchinari e gasolio, non so dire se lo saranno altrettanto al momento della liquidazione del 2026».
Si è mai pentito di aver scelto questo mestiere?
«Ripensando alla mia vita, in alcuni momenti, mi sono trovato a pentirmi del superlavoro, perché stavo poco con la moglie e i figli, ma sentivo questa mia scelta come una vocazione che, pur nella fatica, mi ha dato soddisfazioni. E mi ha dato la possibilità di vedere, come sognavo, i nostri figli proseguire l'attività.
Un altro motivo di gioia è la presenza di cinque nipotini che si dimostrano curiosi e interessati alla vita in campagna. Credo che una delle soddisfazioni maggiori sia avere una famiglia bella e appassionata al nostro lavoro».