Arco, Fabio Maestranzi: percorsi di innovazione e tecnologia da tre generazioni
Intervista con il titolare dell'azienda agricola che prosegue il cammino intrapreseo dai nonni Antonio e Silvia, partiti da Giustino per approdare in Alto Garda. «La Busa è un territorio fortunato, grazie al microclima eccezionale cresce davvero di tutto. Gestisco dieci ettari di vigneto, altri sei di meleti, oltre agli olivi, alle susine, al mais e ai prati per l'autoproduzione di fieno»
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C'è un filo invisibile ma robustissimo che unisce la val Rendena alla Busa, il passato del secondo dopoguerra al futuro dell'agricoltura 4.0. Questo filo si chiama passione ed è la forza motrice dell'azienda agricola di Fabio Maestranzi ad Arco.
La storia della famiglia inizia tre generazioni fa quando i suoi nonni Antonio e Silvia che, partiti da Giustino, arrivarono ad Arco. Oggi, nella zona del Bruttagosto, quel testimone è nelle mani di Fabio Maestranzi, diplomato come perito agrario all'istituto di San Michele all'Adige.
Fabio incarna perfettamente la figura del moderno imprenditore agricolo: un uomo che non ha dimenticato gli insegnamenti del padre Franco e dello zio Gaetano, ma che guarda al futuro investendo in tecnologia, multifunzionalità e formazione costante. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si concilia il rispetto della tradizione con la modernità di un'azienda che spazia dai vigneti all'allevamento di razze protette. Quando è avvenuto il tuo passaggio ufficiale alla guida dell'azienda?
«Sono diventato titolare nel 2004, subentrando a mio padre Franco dopo la sua scomparsa. La mia è stata una scelta fortemente voluta: volevo dare continuità a quanto costruito dai miei nonni e dai miei genitori. Ottenuto il premio d'insediamento di 40 mila euro, quella cifra mi è servita per l'acquisto di nuove attrezzature agricole».
L'azienda colpisce per la straordinaria varietà delle colture. Ci dai qualche numero sulla superficie e sulle produzioni?
«La Busa è un territorio fortunato, grazie al microclima eccezionale cresce davvero di tutto. Attualmente gestisco 10 ettari di vigneto, da cui produciamo 5 qualità di uva: Pinot Grigio, Moscato Giallo, Merlot, Chardonnay e Cabernet che conferisco alla Cantina Mezzacorona. Poi ci sono 6 ettari di meleti con ben sei varietà: Golden delicious, red delicious, granny smith, gala, fuji, inored e Tessa, conferite a La Trentina.
Ho anche un ettaro e mezzo di olivi per la produzione di olio Dop all'Agraria di Riva del Garda, un ettaro di susine: dove spaziamo dalle precoci Katinca e Lepotiza alle classiche susine di Dro e le Stanley da essiccazione e 4 ettari di arativo destinati al mais da insilato. Infine, gestisco 12 ettari di prati per l'autoproduzione di fieno».
Come mai coltivi il mais e il fieno, una scelta quasi controtendenza oggi?
«Gestisco anche una stalla con circa 10 capi. Allevo la Grigia Alpina, ho fatto questa scelta perché è una razza considerata in via d'estinzione, oggi conta circa 25.000 esemplari totali ed è protetta da progetti di tutela».
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Nel tuo modo di lavorare la tecnologia ha un ruolo centrale. Come si sposa l'innovazione con il lavoro della terra?
«Il mestiere del contadino è cambiato radicalmente. Oggi la modernità è entrata prepotentemente nel nostro sistema di lavoro, mi definisco un tipo molto tecnologico: mi piace affidarmi all'innovazione perché semplifica la fatica e migliora i risultati.
Investo costantemente in attrezzature all'avanguardia e mantengo i miei mezzi agricoli aggiornati e controllati. Frequento regolarmente corsi legati a nuove discipline, normative e per i macchinari. Oggi non basta più saper lavorare la terra, bisogna essere imprenditori multifunzionali a 360 gradi».
Molti territori spingono verso il biologico. Hai fatto una scelta diversa, legata alla produzione integrata. Come mai?
«Ho valutato il biologico, ma per la conformazione della mia azienda non è praticabile: i miei appezzamenti sono troppo frammentati in zone diverse.
Per fare il biologico seriamente bisognerebbe concentrare i terreni in un'unica zona, per evitare contaminazioni e ottimizzare i trattamenti.
Seguo comunque standard rigidissimi: per le mele applico il disciplinare Global GAP, adotto la produzione integrata per tutti i prodotti conferiti a La Trentina e Mezzacorona, e le olive hanno la certificazione CSQA del Garda Dop».
Soddisfatto del lavoro delle cooperative?
«C'è sempre margine di miglioramento, ma il sistema cooperativo è fondamentale. Trovo Mezzacorona estremamente professionale, un vero punto di riferimento del settore, e siamo sempre seguiti da tecnici specializzati per ogni questione legata ai vitigni.
Certo, il periodo storico è complesso: i costi di produzione tra cui: il gasolio, i prodotti fitosanitari e la manodopera stanno lievitando. È una sfida continua, anche perché noi agricoltori non decidiamo né il prezzo dei prodotti che dobbiamo acquistare per mandare avanti l'azienda, né quello di vendita del nostro prodotto finale».
Riesci a ritagliarti dello spazio per qualche hobby?
«Tempo per me? Si può dire che non ne ho! (ride, ndr). Mi piacerebbe molto tornare ogni tanto al poligono di Rovereto a fare tiro a segno, ma per ora resta un desiderio. Non rinuncio mai, però, a una birra con gli amici. Loro mi dicono sempre che lavoro troppo, ma io rispondo che la campagna è il mio hobby».
Vede un futuro per l'agricoltura nelle mani delle nuove generazioni?
«In paese c'è qualche altro giovane imprenditore agricolo, ma purtroppo sono ancora troppo pochi per sostituire la generazione che sta uscendo. C'è il rischio di perdere un patrimonio di competenze».
E la famiglia?
«Si, mi sono sposato con Lorenza nel 2013. È entrata nella mia azienda come coadiuvante agricola nel 2019, prendendo il posto di mia madre Floriana che è andata in pensione, anche se resta una colonna portante. Lorenza mi aiuta in campagna e si occupa di tutta la parte burocratica e amministrativa dell'azienda.
Poi abbiamo tre splendidi figli: Luca di 12 anni, Keyt di 10 e la piccola Beatrice di 4. I ragazzi crescono tra scuola e passioni: Luca fa Yoseikan Budo ed è allievo volontario nei vigili del fuoco di Arco, Keyt fa equitazione e Beatrice va all'asilo. Però Luca, che frequenta la seconda media, sta pensando seriamente di seguire le mie orme e di iscriversi a San Michele. Questo mi rende felice».
Per chiudere: qual è il sogno nel cassetto di Fabio Maestranzi?
«È una domanda difficile... ma se devo guardare al futuro, il mio sogno più grande è proprio che i miei figli decidano, un giorno, di proseguire l'attività di famiglia.
Vorrei che continuassero a far crescere questa azienda nel segno della tradizione che ci ha portati fin qui, ma con gli occhi sempre aperti verso la modernità e l'innovazione».