«Tagli alle indennità? Non riguardino solo noi»
Simoni: archiviato il referendum, ragioniamo assieme senza demagogia ma prima di Comunità e Comuni si dovrà agire su Provincia e Regione
TRENTO. «Tagliare i compensi dei sindaci e dei presidenti delle Comunità? Credo che il dibattito sulla riduzione dei costi della politica sia estremamente importante, ma dobbiamo discuterne in termini generali, partendo dalla riorganizzazione del sistema della pubblica amministrazione trentina. A patto che si tratti di una riflessione a tutto campo, che non potrà riguardare solo le autonomie locali bensì anche la Provincia. Si tratta di un tema che va affrontato una volta per tutte ma con serietà, non solo per alimentare un dibattito: si devono portare a casa risultati concreti. Perché finora, lo abbiamo visto, il nostro organo legislativo non ha poi brillato molto». Marino Simoni non si sottrae al dibattito post-referendario, che ha già visto il presidente della Provincia Lorenzo Dellai ipotizzare interventi legislativi a livello regionale (con la giunta in veste di organo proponente) per ridurre i compensi di sindaci e presidenti delle Comunità. Ma lo fa, il presidente del Consiglio delle autonomie, mettendo bene in chiaro l’ordine delle responsabilità. Che poi significa l’ordine degli “sprechi”, o presunti tali. E così a tornare sul bando degli imputati è l’eterna questione delle indennità dei legislatori, cioè del Consiglio provinciali. Perché, spiega Simoni, «alla fine è facile parlare agli altri nel ruolo di chi comanda: invece il tema va affrontato con spirito positivo e con la massima serietà, senza demagogia, che non porta mai ad alcun risultato. E allora dobbiamo capirci: il mio auspicio, che ho sempre espresso, è quello di un percorso condiviso, costruito cioè assieme, rispettando la pari dignità del Consiglio delle autonomie e del Consorzio dei Comuni».
Simoni punta insomma il dito contro la Provincia e il suo organo consiliare: «Non regge più - afferma - la prerogativa assoluta di un legislatore che un giorno elabora e approva la legge Amistadi e il giorno dopo dice che è sbagliata: i costi dei Comuni e delle Comunità, va sottolineato, sono stati determinai e decisi da qualcun altro. Questo è l’errore di fondo o, se vogliamo, il peccato originale. E la pari dignità rivendicata da Simoni fa riferimento a un sistema paritetico in Consiglio delle autonomie e Consorzio comuni «devono poter dialogare con gli organi provinciali, l’esecutivo e il legislativo, in un percorso che dia finalmente risposte al problema dei costi della politica. Per quanto ci riguarda, siamo disponibili a una nuova riorganizzazione a tutti i livelli, cioè dalla questione della riduzione dei compensi dei sindaci e del numero dei consiglieri delle Comunità fino alle gestioni associate: ma, ripeto, dev’essere un discorso condiviso a tutti i livelli». E il primo a mettersi in gioco, aggiunge, non può che essere quello dell’«enorme macchina costituita da Regione e Provincia: lì, negli organi legislativi, si potrebbe effettivamente trovare margini di riduzione della spesa più immediati rispetto alla riduzione della paga dei sindaci».
Il tutto comunque lasciando da parte il vento dell’antipolitica, benché, conclude Simoni, «l’attuale sistema è in effetti superato e non ha più logica: anche perché i cittadini chiedono alla politica e alla pubblica amministrazione non tanto una riduzione più o meno simbolica dei privilegi, ma risultati concreti. Senza dimenticare che anche l’amministratore ha diritto a un’equa e giusta remunerazione».
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