Sulle tracce di Daniza, 20 giorni da latitante
Da una valle all’altra con i piccoli, percorre anche venti chilometri al giorno. Dal collare la posizione via email ogni giorno: mai vicina ai luoghi di cattura
VAL D'ALGONE. Avanzi nel bosco a passi prudenti, cercando di fare rumore sulle foglie morte e i rami secchi, come quando entri in casa d’altri, approfittando della porta socchiusa, e prima di ritrovarti in salotto a tu per tu con il padrone ti premuri di chiedere: c'è nessuno? L’orsa c’è. Questo è sicuro: a Ferragosto ha ferito Daniele Maturi, l'altro giorno si è mangiata una pecora a Bolbeno. Ma come scrisse Paolo Rumiz: se lo cerchi, l'orso, non lo vedi mai. E in val d'Algone l'altro giorno non si è visto. Ma Daniza è lì.
[[(Video) Val d'Algone, i forestali sulle tracce di Daniza]]
Nel radiocollare porta, senza saperlo, una schedina telefonica che – quando c'è campo – manda un’email alla Provincia con le coordinate della posizione esatta. Se il telefono non prende ci pensano due forestali a “puntarla” - ogni mattina - con un'antenna radio per capire dove sia. Il problema è che può spostarsi di 20 chilometri al giorno, con i cuccioli un passo indietro, quasi sempre di notte, da un versante all'altro delle valli del Brenta, seguendo percorsi che gli orsi bruni devono avere impressi nel dna visto che continuano a seguire le rotte tracciate dai loro antenati, ben prima che arrivassero i plantigradi sloveni. Ad esempio il passo Bregn dell'Ors, tra la val d’Algone e la Valagola dove l'altro giorno comunque Daniza non si è vista, impegnata probabilmente a mangiare mirtilli mentre le vacche pascolavano tranquille.
Tutti i segreti della cattura di Daniza
Piazzare le trappole è stata una scommessa dei forestali sulle abitudini di questa capostipite degli orsi trentini, 19 anni, madre di 15 cuccioli, nonna di chissà quanti orsacchiotti, giunta dalla Slovenia per trascorrere la sua “seconda vita” in un perimetro di 20 chilometri per 10 che (purtroppo) coincide con i paesi e le vie di comunicazione della val Rendena. Non è un caso se è stata investita due volte, a Strembo e Villa Rendena, sempre accompagnata dai suoi piccoli.
[[(Video) Daniza, in val d'Algone sono tanti gli avvistamenti]]
Eppure c'è stato un periodo in cui Daniza si fermò e vederla sarebbe stato facile: era l'aprile dell'anno scorso, quando l'orsa, dopo un avvicinamento di decine di chilometri in due giorni, arrivò all'appuntamento che la Natura le aveva fissato in val Nambrone con il giovane maschio M2. Raccontano i gps che i due orsi vagabondi rimasero assieme per 17 giorni, spostandosi solo di poche centinaia di metri, su un dosso che mai si è avvicinato così tanto all'Eden, finché in gennaio sono venuti al mondo i due cuccioli.
E ora è giunto il tempo delle trappole. Due le hanno piazzate in altrettante valli dell'Alta Rendena, la terza è in val d’Algone, ai margini dei percorsi turistici più battuti (non perdete tempo a cercarla), a circa 900 metri di quota, superato un rio, dove il bosco è ancora fitto. Ma lì, Daniza, non si è fatta vedere. Dicono che su questi versanti selvaggi, dove il turismo di Campiglio non ha fatto sentire i suoi effetti, l'orsa si senta braccata. Ma gli uomini talvolta dimenticano che gli animali non ragionano come loro.
Eppure in val Algone pare che l'orso (Daniza o chi per lei) l'abbiano visto tutti. Due volte il gestore dell'albergo Brenta, una la moglie, una volta Mauro Benassutti che lassù ha un casa di famiglia. L'ha visto pure Mariella Ghedina, che gestisce il rifugio di famiglia, mentre era assieme ai piccoli. In tutti questi casi era lì vicino alla strada, come prova che se vivi in montagna – e hai il tempo e le probabilità dalla tua parte – prima o poi sarà l'orso a farti una sorpresa. “Purché tu sia dello spirito giusto, altrimenti non ti accorgi nemmeno se ti passa accanto” dice Angelo Caliari, chiamato anche Angel degli Orsi in virtù dei suoi cento avvistamenti, compreso quello con il gigantesco orso Gasper lungo un sentiero attrezzato che si affaccia sul dirupo: «Ci siamo guardati negli occhi, gli ho scattato alcune foto e poi ho capito che – tra i due – sarei stato io quello che doveva fare marcia indietro».
Sull'orsa Daniza in val Algone ci sono due partiti: quelli che la chiamano “la Daniza” e quelli per cui è semplicemente l'orso. Quelli che ritengono l'incontro una fortuna e quelli che considerano gli orsi una grossa scocciatura. E poi ci sono i pastori, che sono un caso a parte, chiamati a confrontarsi con l'orso notte (soprattutto) e giorno in una sfida di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Un duello d'altri tempi, prima che la questione venisse risolta con lo sterminio a fucilate dei plantigradi.
Il pastore Lorenzo Froner, l’orsa la chiamava in tanti modi: “compagno orso” (come il film realizzato con le sue drammatiche riprese amatoriali), “socia”, ma anche “troia” e “brutta carogna”, soprattutto quando doveva correre a contare le carcasse delle pecore. Un giorno erano quattordici.
Quando l'orso attaccò suo figlio Matteo, senza che nessuno battesse ciglio perché le storie dei pastori pare non interessino a nessuno, Froner salutò l'orso e scese a valle con le sue pecore, lasciando aperta dietro di sé la porta che conduce alla casa dei plantigradi. Anche se sulla proprietà di questa casa c'è chi non è d'accordo.
Infila quella porta – come abbiamo fatto noi, con la prudenza dell'estraneo – e dopo pochi passi il rumore del vento tra gli alberi e dell'acqua fra le pietre sostituirà il sottofondo chiassoso dei motori a cui siamo abituati.
Anche se non sapete leggere sul terreno e sugli alberi le tracce dell'orso, nelle valli meridionali del Brenta avrete una certezza: l'orso c'è. Perché, come dice il pittore, pastore e malgaro Gianni Rocca, che all'orso ha dovuto sacrificare, suo malgrado, un bel po’ di miele: «Qui gli orsi si trovano benissimo, anzi da Dio. Siamo noi che ci siamo un po' rotti, da quando sono diventati così tanti. E saranno sempre di più. Chi li ha portati dovrebbe intervenire, ma come non lo so». E a chi combatte la battaglia per l’orsa libera: «L’orso non è un canarino, salite in malga qualche giorno e poi ne riparliamo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA