Maestri: «Solidarietà alpina, premio alle guide»
Cesare Maestri sabato riceverà a Pinzolo la Targa d'argento: «Ma non è solo per me»
MADONNA DI CAMPIGLIO. A 57 anni di distanza, ripensando all'episodio, viene da chiedersi chi tra i due dimostrò più coraggio: il compianto Luciano Eccher, che chiese di tagliare la corda, o Cesare Maestri, che quella corda non la tagliò? Era il 10 luglio del 1954 e il Ragno stava accompagnando l'amico d'infanzia, quella trascorsa nei Casoni di via Veneto a Trento, a ripetere la via Stenico-Franceschini sul Basso. Un traverso insidioso ed Eccher, secondo di cordata, volò portandosi dietro i chiodi. Maestri rinculò di brutto, tanto da spaccarsi la faccia su una roccia, ma tenne Eccher, che rimase appeso nel vuoto, con 200 metri tra lui e la prima cosa solida.
«Taia Cesare, taia, così ti salvi almeno tu», gridò Luciano. Ma Cesare non tagliò: tenne la corda, assicurò a fatica il compagno e poi arrivarono i soccorsi. Storia di alpinismo e altruismo consegnata alla memoria collettiva dalla penna di Dino Buzzati. Oggi, 57 anni dopo, quell'episodio è diventato il piedistallo su cui fissare il Premio di solidarietà alpina, che il comitato ha deciso di assegnare, per l'edizione numero quaranta, proprio a Cesare Maestri, alla vigilia del suo ottantaduesimo compleanno.
Maestri, chi ebbe più coraggio: lei o Eccher?
«Senz'altro Luciano: mi disse di tagliare la corda. Ma lui era appeso a 200 metri da terra. Quella corda ci ha legati molto profondamente. Ci tengo però a dire che l'avrei fatto per chiunque, anche se l'impatto emotivo su di me fu particolare visto il rapporto di amicizia che avevamo».
Tanto che quell'ascesa era un premio per l'amico Eccher.
«Era una via, sullo Spallone del Basso, al di sopra delle sue possibilità. Lo sapevamo entrambi. Ma lo portai perché volevo ringraziarlo: quando vivevamo insieme ai Casoni, durante la guerra, mi sfamò tante volte».
Se lo ricorda bene quel giorno? Era il 10 luglio del 1954.
«Sono arteriosclerotico - si irride il Ragno - ma quell'episodio me lo ricordo secondo per secondo».
Adesso arriva il Premio solidarietà alpina.
«Sono certo che questo riconoscimento non è legato solo a quel particolare episodio, ma che sia un riconoscimento all'attività di tutte le guide alpine (Maestri è presidente onorario di quelle di Campiglio ndr), che hanno nel loro dna l'essere al servizio di chi ha bisogno».
Cos'ha provato quando le hanno comunicato che avrebbe ricevuto il premio?
«Non sono solo orgoglioso, ma anche profondamente commosso. E credo che, al momento della consegna, non riuscirò a nascondere i miei sentimenti: ad una certa età si perdono le difese».
Nell'albo d'oro ci sono anche Giovanni Paolo II, il Dalai Lama, e i quattro soccorritori morti nel 2009 in val Lasties.
«E questo non può che rendermi ancora più orgoglioso».
Il salvataggio di Eccher è un episodio. Che da solo, come diceva, non giustifica il premio. Lei di soccorsi ne ha fatti tanti nella sua lunga attività alpinistica.
«Sì, moltissimi. Anche se, ad essere sincero, due mi hanno lasciato un ricordo particolare. Oltre a quello di Luciano, c'è stato un altro fatto che mi ha marchiato. Era il 1951, stavo facendo il militare a Selva di val Gardena. Arrivò la richiesta di soccorso dalle Cinque Dita del Sassopiatto: anch'io ero nella squadra di soccorso».
Cos'è accaduto?
«Un ragazzo, mi pare romano, di 16 anni era caduto scendendo in doppia. Era messo molto male. Me lo legarono sulle spalle per portarlo ai piedi della parete: allora si faceva così. Quel ragazzo mi abbracciava e mi baciava continuamente sul collo per ringraziarmi. Quando mancavano cinquanta metri alla base della parete, smise di abbracciarmi: in quel momento mi resi conto che era morto. Un'esperienza che mi ha distrutto e che non ho più dimenticato».
Maestri, cos'è oggi la solidarietà alpina?
«Ricordarsi sempre che la vita è sacra: va vissuta, rispettata e non messa stupidamente a repentaglio. E lo dice un non credente».