TRENTO

La «super nonna» e il nipote ritrovato in piazza Dante

Con un’amica pure 80enne, madre di Luca Telese, arriva da Roma in treno per cercarlo tra i barboni. E in 2 ore ce la fa


di Luca Telese


di Luca Telese

Questa è una storia drammatica, ma a lieto fine, che inizia in un appartamento della periferia di Roma cinque giorni fa e finisce in una piazza di Trento venerdì scorso, il pomeriggio. Comincia con una discussione angosciata tra un nonno e una nonna (e la loro vicina di casa, vedova) tutti e tre ottantenni. I due nonni da quattro mesi non hanno più notizia del loro nipote Daniel, che sembra disperso: sanno solo che si trova in una città del nord (forse Trento) e non sanno cosa fare. In questa discussione la nonna, la signora Mena, si chiede: «È vivo? È sano? È felice? Non resisto senza saperlo». E il signor Gino, il nonno, si domanda: «Non è in condizioni di chiamarci, oppure non ci vuole più sentire? Cosa gli è successo?». Nel dubbio tutti i pensieri più cupi e pessimistici prendono forma nella cucina di casa. Lo immaginano in preda a cattive compagnie, o sbandato, o che dorme in mezzo ai cartoni come un senzatetto. Sono angosciati. Ed è a questo punto che la nonna dice: «Basta! Io lo voglio andare a cercare». E la sua vicina di casa aggiunge: «Se lo fai vengo con te». Questa è una storia vera in cui - come in una fiaba - la fortuna e il coraggio assisteranno la supernonna.

Il punto di partenza è questo: i due nonni, i signori Grieco hanno perso la loro amata figlia (madre del ragazzo) dieci anni fa, in un incidente d’auto, quando il loro nipotino Daniel aveva solo otto anni. Dopo quel lutto, il padre del bambino aveva lasciato Roma portandosi dietro i suoi due figli con sé, e aveva trovato una nuova vita (e una nuova compagna) a Rovereto. Ma poi il dramma era proseguito: anche il papà si era ammalato, e sei anni fa era morto anche lui, lasciando i suoi due bambini nell’età più difficile. Il nipotino più piccolo dei signori Grieco aveva allora 12 anni, e (separandosi dalla matrigna) era stato mandato dal giudici in una casa-famiglia a 478 chilometri di distanza dalla casetta di Roma. I nonni erano rimasti vicini al ragazzo: telefonando, andandolo a trovare, mandandogli pacchi, regali, tutto quello che potevano dargli e che poteva servirgli. Ma poi, quando Daniel aveva compiuto 18 anni, improvvisamente, era scomparso: diventato maggiorenne, poteva firmare la dichiarazione di responsabilità per abbandonare la casa-famiglia (e lo aveva fatto). Da quel giorno il suo telefonino era muto, più nessuna notizia.

I signori Grieco allora si erano rivolti ai carabinieri di Roma che avevano parlato con i loro colleghi di Trento: avevano spiegato ai due nonni di non poter intervenire sul ragazzo perché si trattava di un individuo adulto, che non aveva commesso nessun reato. Lo stesso avevano ripetuto i responsabili della casa-famiglia dove Daniel aveva abitato. Ai nonni arrivavano le voci più disparate, frammentarie e preoccupanti, secondo cui il loro amato nipote viveva nella stazione di piazza Dante a Trento, tra i barboni. Sapevano che non avevano soldi, e che in quella zona della città c’era un giro pericoloso e malfamato, spaccio, risse, droga. I due nonni le avevano provate tutte: si erano persino rivolti a “Chi l'ha visto” (che però non aveva potuto occuparsene, trattandosi di una scomparsa volontaria). Così, cinque giorni fa, nella casetta di periferia, i tre decidono che la signora Grieco e la sua vicina Giovanna partiranno per una spedizione disperata di recupero, e che il nonno - il più preoccupato di tutti - accompagnerà le due donne alla stazione, aspettando il loro ritorno. Il giorno dopo, la mattina le due nonne d’assalto - 160 anni in due, capelli bianchi e sorrisi candidi - partono da stazione Termini. E io sono con loro e le accompagno (perché accidentalmente la vicina di casa dei signori Grieco è anche mia madre). Devo andare in Trentino per una presentazione, coordiniamo orari e viaggio.

Partiamo alle 9.30, arriviamo alle 14.20. Alla stazione ci aspetta un giornalista del Trentino, Paolo Morando, che come un santo si mette anche lui ad aiutare le due nonne nell’impresa. Insieme andiamo dai vigili, e dalla polizia che abitualmente presidiano la piazza: conoscono e tutelano quel territorio, sanno chi lo frequenta, ma non ricordano nessun Daniel. È una splendida giornata di sole, Paolo mi racconta che il monumento di Dante è rivolto verso nord (con sguardo cipiglioso) perché alla fine dell’Ottocento si decise che serviva un simbolo della cultura italiana che puntasse in segno di sfida verso le vicine valli tedesche del sud Tirolo, come per marcare il territorio. Immaginate questa enorme piazza, piena di persone di ogni tipo, e di ogni nazionalità, con la nonnina caparbia e la sua amica dietro, a chiedere ad africani (tanti), sudamericani, barboni (pochi) e varia umanità se hanno visto il ragazzo. Tuttavia piazza Dante è stata recuperata, non è più il luogo dove si faceva a bottigliate (solo pochi anni fa), sembra il giardino di una clinica svizzera con le giostre dei bambini in mezzo. L’impresa di Nonna Mena è complicata da tre fattori disperati: il primo è il tempo, perché le due amiche hanno già un treno di ritorno prenotato per le 17.45. Il secondo è la lingua (perché non parlano né inglese e né africano). Il terzo è la difficoltà nel tratteggiare un identikit, perché l'ultima foto che la signora ha di suo nipote (la stringe tra le mani) è stata scattata quando lui aveva solo 14 anni. Impresa disperata.

Puoi fare il giro del mondo semplicemente percorrendo una piazza perché in un angolo ci sono i senegalesi, e nell’altro gli egiziani, e nel terzo gli algerini e tutti ripetono: «Mai sentito di nessun Daniel». Però, quando le due stanno per desistere, c’è una ragazza algerina che si stacca dal gruppo, insegue la nonna, le chiede se per caso stia cercando “Romano”. Lei risponde che effettivamente il ragazzo è “romano”. Poi la ragazza va da un giovane brasiliano dagli occhi azzurri, che a sua volta raggiunge e parla a un nigeriano con le cuffiette, che ascolta, sorride, ripete «Romano!». E dice alla signora Grieco: «Lo conosco! È un mio amico». La signora Grieco chiede: «Ma è mio nipote?». E lui: «Non so». E lei: «È un bel ragazzo?». E il giovane africano: «Bel ragazzo, sì». Così la nonna sorride: «Romano, bello, allora deve essere il mio Daniel». Il ragazzo con le cuffiette, non dice nulla di più. Si fa prestare una bicicletta da un amico in piazza, ci monta sopra, scompare. Passa mezz’ora. La signora Mena e mia madre restano su una panchina, vicino ad un signore che sentendo la loro storia si impegna a far loro coraggio. Mia madre è sarda, e per una coincidenza il signore si chiama Franco, ed è fratello di un famoso giocatore del Cagliari degli anni ’70. Pazzesco. Questo ha particolare importanza, perché parlare della città le aiuta a ingannare l’attesa.

Tutti nella piazza, ormai, sono informati della storia della nonna, e aspettano di capire come andrà a finire. Alle 16, Mena e Giovanna pensano che tra poco il loro treno partirà, temono che il loro viaggio sia inutile. Stanno rinunciando. Ma a questo punto, dal nulla, sulla bicicletta del nigeriano con le cuffiette, si materializza un bel ragazzo. In un secondo la piazza si trasforma in un teatro. Il ragazzo scende. È Daniel. Sembra la scena di un film. La nonna e il nipote si abbracciano piangendo. Lui spiega: non avevo soldi, non avevo telefono, non avevo più il vostro numero, che era in una rubrica che si è persa, non avevo i soldi per venire, non volevo tornare nella casa-famiglia. Sorride. È veramente bello. Dice le cose che dicono i ragazzi. Daniel e la signora Mena chiamano il nonno che si commuove pure lui. La testardaggine ha prevalso sull’inverosimile e ha fatto trovare il nipote come un ago in un pagliaio. Daniel spiega che abita a casa di un amico trentino (di origini brasiliane), che ha delle cose da fare, ma che quella prova di amore lo ha commosso. Che non ha mai smesso di pensare ai nonni, e che tornerà presto da loro.

Non sono in grado di dire se (e quando) questo accadrà. Ma so che l’arma segreta della signora Mena è la più antica del mondo, è quella che ti fa fare cose folli e ti guida nel dubbio, anche dove non conosci e dove non sai, si chiama Amore. Ho imparato in quella piazza che una nonna non la ferma nulla e nessuno: perché è due volte madre.













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