«La Rendena? Pagina nera dell'Autonomia»

Tonini sui “privilegi”: «C’è molta rabbia perché non diamo risposte ai bisogni»


Gianpaolo Tessari


TRENTO. Perché tanta indignazione nei confronti dei privilegi dei politici? «Perché non riescono a dare risposte ai bisogni della gente. La politica ha ancora una mentalità da prima Repubblica, utilizza la spesa per ottenere consenso invece di efficienza. La gente la critica poi però chiede favori e contributi» osserva il senatore Giorgio Tonini, Ds, vicepresidente in commissione esteri a Palazzo Madama. Ma Tonini non fa sconti alla propria categoria: «C’è una profonda crisi d’autorità della politica. Anche in Trentino. Sulla Rendena c’è stato un passaggio nero nella storia dell’Autonomia. Io non riesco a trovare un precedente di questo tipo. C’è in effetti un rischio per la democrazia. Serve una svolta di tipo democratico: non si pensi di eludere il Pd col trasformismo».

Senatore in Italia, ed il Trentino non fa eccezione, anzi, sta montando un’onda di critica contro la politica, i suoi costi. I suoi privilegi. Come la spiega?
«C’è vera e propria rabbia, inutile girarci attorno, nei confronti di una politica che costa. Ma che soprattutto non è in grado di dare risposte. E’ questo che crea malessere per lo status economico ed i cosiddetti privilegi: ed è una protesta giustificata».

Non si digeriscono le vostre indennità e i vitalizi, soprattutto.
«Parliamo di noi parlamentari, dell’indennità di 13.500 euro al mese che tutti ormai hanno imparato a citare. Per quanto mi riguarda va divisa in tre: alla famiglia “passo” 5000 euro e quindi quello è il mio vero guadagno. Una parte se ne va nei costi, difficilmente comprimibili dello stare a Roma, pago 1100 euro di affitto per il monolocale in cui abito. Poi c’è il costo dei collaboratori: io giro 2000 euro al partito a Roma e 3000 euro ai Ds a Trento. Via del Suffragio cura la mia segreteria in città. Insomma il livello dell’indennità è grosso modo giustificabile».

Altra cosa sono i vitalizi.
«Infatti. Il centrosinistra li ha già in parte riformati nella legislatura 1996-2001. Ora non è più immaginabile prendere il vitalizio prima dei 60 anni, mentre ci sono stati giovanotti che lo hanno presi quando erano tali. Ora ci vogliono 65 anni alla prima legislatura, 60 se ne hai più di una. Resta comunque cumulabile ad altri redditi, cosa che non è possibile per la gente normale, ed è più generoso rispetto ai contributi versati. E’ insomma sacrosanto intervenire su questo aspetto, lo si vuole fare ed io appoggerò tutte le iniziative legislative che andranno in questo senso».

Ma perché esplode proprio ora questo attacco nei confronti della vostra casta, quella dei politici?
«Perché la politica è inconcludente rispetto ai problemi della società. Questo è il tema più serio, perché sui vitalizi si può mettere mano con rapidità ed incisività. Ma ritrovare un ruolo per la politica è più difficile. Nei due schieramenti è rimasto un ruolo di fare politica che definirei doroteo, l’aspetto peggiore della prima Repubblica».

A che cosa si riferisce?
«Il doroteismo è, faccio un esempio, considerare importanti i ministeri (e gli assessorati) cosiddetti “di spesa”. I giornali considerano importante, vincente, uno schieramento a seconda della dotazione economica dei suoi assessorati. Come nella prima Repubblica si pensa ancora che la spesa pubblica sia uno strumento per produrre consenso: un settore è così giudicato dai cittadini non in base a quanta efficienza saprà introdurre nel sistema, ma in base alle assunzioni, ai contributi. Questa malattia tipica della politica non è stata ancora estirpata. Il risultato però è paradossale».

Cioè?
«Questa situazione produce consensi, preferenze. Ma sono poi gli stessi cittadini che hanno ottenuto piaceri e contributi (vedendo che il sistema non funziona) a ribellarsi: e dicono “ma come ci sono ancora le liste d’attesa nella sanità” o “la “burocrazia mi soffoca”. Tutto questo ha prodotto una crisi d’autorità della politica. Il problema vero è questo: in altri Paesi esistono criteri democratici per la selezione dell’autorità politica. E poi però questa è incisiva per la soluzione dei problemi del Paese, poiché diventa espressione degli interessi generali. Qui questo non è accaduto. Cambiano i governi ma i problemi restano: questo ha sta uccidendo la credibilità della politica nei cuori degli italiani. E questo è un fortissimo rischio per la democrazia».

A proposito di credibilità della politica, e rischi per la democrazia, come valuta il fatto che la giunta non abbia tenuto in alcun conto il referendum sulla Rendena?
«Si è trattato di un passaggio nero nella storia dell’Autonomia in Trentino. Io non riesco a trovare un precedente di questo tipo. C’è in effetti un rischio per la democrazia: andare a votare e vedere che il proprio voto non serve a nulla è un colpo alla democrazia. Ed è un colpo grave alla credibilità della politica in provincia. Prima ha posto un quesito vuoto ed ambiguo, poi ha detto chi se ne frega del sondaggio».

Colpa di chi?
«La politica ha dimostrato, anche qui, una mancanza di autorità: non ha chiarito quali siano gli obiettivi della riforma istituzionale. Ha posto due obiettivi contradditori: non si capisce a cosa debbano servire le comunità di valle. Sostituiranno i vecchi comprensori oppure introducono una semplificazione del sistema dei Comuni? Non si sa, non è stato chiarito né dalla giunta, né dal Consiglio provinciale: da chi cioè dovrebbe esercitare l’autorità politica. Si è invece pensato di scaricare sui cittadini questo problema. E la gente ha dato una risposta che si presta ad essere letta in un modo o nell’altro. La Rendena ha intuito che la comunità di valle può diventare uno strumento di autogoverno ed ha visto intorno a sé che la valle di Cembra ha ottenuto la stessa cosa, la Valle dei Laghi pure, l’altopiano della Paganella anche».

Ma in questa fase di crisi della politica non si vedono grandi cambiamenti in vista. Anche il Partito democratico qui stenta oltremodo a trovare sostenitori sia nella Margherita che nei Ds.
«Se è vera l’analisi che abbiamo fatto in questo colloquio, ed io penso di sì, c’è bisogno anche qui di una svolta di tipo democratico. Serve un recupero di autorità della politica e quindi un grande Partito democratico. In Trentino ce n’è un gran bisogno. E allora delle due l’una: o Ds e Margherita (i possibili soci del Pd) si mettono attorno ad un tavolo ed elaborano una proposta da presentare in giro alla gente, cosa che dovevamo fare mesi fa. Ma se qualcuno si illude che questo bisogno possa prendere strade strane, di trasformismo politico, allora ci sarà qualcuno che prenderà in mano questa bandiera».













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