LA STORIA

La cicogna torna a volare a Pimont, il villaggio abbandonato 

Fiocco azzurro. Il 17 febbraio è nato Gabriel, primogenito di Elisa Righi, 32 anni, e Andrea Binelli, 33. Vivono (unici residenti) in un piccolo paese della  Rendena, spopolato dagli anni Sessanta del secolo scorso. C’è chi si è offerto di comprare in blocco questo posto da favola. Ma nessuno vende

di Alberto Folgheraiter

TRENTO. È tornata la cicogna tra i camini spenti di Pimont. Un villaggio che è un presepe, incastonato tra la val Nambrone e i boschi occidentali di Sant’Antonio di Mavignola, a pochi chilometri da Pinzolo.

Lunedì, all’ospedale di Cles, è venuto al mondo Gabriel, un Gesù bambino di 3 chili e 165 grammi. Il papà si chiama Andrea Binelli, ha 33 anni e fa l’artigiano. La mamma Elisa Righi, da Strembo, di anni ne ha 32 e fa la commessa in un supermercato della valle. Da tre anni e mezzo la coppia vive in uno dei più bei villaggi abbandonati della montagna trentina.

Da quando, due anni fa, l’avanzare dell’età ha costretto il Pompeo, che faceva vita da eremita, a trasferirsi in casa di riposo, Andrea ed Elisa sono rimasti gli unici abitanti di Pimont. Una scelta controcorrente, anche se più d’uno s’è fatto avanti per comprare le case disabitate, le antiche abitazioni di pietra e di legno che avrebbero bisogno di restauri conservativi.

“No vent nessun. Tuti i vorìa comprar ma nessuno vende” spiega Ido Binelli, papà di Andrea. “Cinque anni fa mio figlio mi ha chiesto la casa di famiglia per ristrutturarla. Gliela ho data solo a patto che non si venda”.

Non c’è pericolo. Intanto perché Andrea Binelli, da Pinzolo, è innamorato di Pimont fin da bambino, quando ci passava l’estate e poi, nonostante offerte da capogiro, non vende proprio nessuno. Perfino un imprenditore bresciano che voleva comprare in blocco l’intero villaggio e aveva messo sul piatto fior di soldoni, se n’è dovuto tornare in Padania scornato. Nessuno vende anche perché il frazionamento ereditario ha decuplicato i comproprietari.

Pimont si è spopolato al principio degli anni Sessanta del secolo scorso quando gli oltre cinquanta residenti sono andati via. Chi è sceso a Pinzolo, quattro chilometri da qui; chi ha lasciato la val Rendena; chi è finito al cimitero.

A Pimont, in quegli anni, c’erano più di quindici ragazzini. Andavano a lezione a S. Antonio di Mavignola. Quattro volte al giorno scarpinavano lungo un ardito sentiero, nel bosco. D’inverno, quando arrivavano a scuola, una pluriclasse, l’insegnante faceva togliere loro le “sgàlmare”, le scarpe di legno, e le metteva ad asciugare sulla stufa a olle.

Quei bambini degli anni Quaranta-Cinquanta, diventati grandi se ne sono andati assieme ai genitori ai quali lo sviluppo turistico aveva fatto guadagnare qualche soldo e conoscere qualche comodità: la settimana corta, le ferie, la lavatrice, il televisore.

Elisa, la neomamma, dice che “oggi ci invidiano in tanti per questa scelta di venire a vivere qui, stabilmente. Ma non si rendono conto di che cosa significa essere lontani da un centro abitato, con i servizi indispensabili a chilometri zero: medico, farmacia, negozio e tutto quanto fa comunità”.

Scelta controcorrente, come fu quella del trisavolo di Andrea, emigrante come tanti di Rendena, finito in pianura a fare “el slàifar”, il molèta. Si chiamava Amadio Binelli, nato a Pinzolo il 15 maggio 1828. Era ancora un ragazzo squattrinato. Stava trascinando il suo “argàgn”, la sua carriola con gli attrezzi del mestiere, lungo una strada di campagna tra Sassuolo e Vignola, nel modenese. Vide per terra, lungo il fiume, una borsa. Controllò il contenuto: 98 Napoleoni d’oro, 4 sovrane e una doppia di Genova, tutte monete in uso nel 1846. Un tesoro che avrebbe fatto la fortuna di chiunque. Non di Amadio che amava anche il prossimo. Il giovane arrotino andò per masserie e case di campagna alla ricerca del proprietario di quella borsa fin che lo trovò. Era un ricco possidente che l’aveva perduta mentre, di ritorno da una fiera, s’era fermato ad abbeverare il cavallo in riva al fiume. Non ci fu verso di far accettare all’onesto rendenèro alcuna mancia. “No l’è mé, non l’è mè”, continuava a dire.

Quel gesto passò di bocca in bocca tanto che ne scrissero le Gazzette del tempo. Perfino il “Caffè Pedrocchi”, settimanale padovano, in una edizione del 1846, raccontò l’episodio, concludendo che “l’uomo, non corrotto né dall’abuso della scienza, né dall’intemperanza delle passioni è naturalmente giusto e generoso”.

L’abitazione di Amadio Binelli, dirimpetto alla casa ristrutturata dal giovane Andrea, porta ancora i segni del trisavolo. Una scritta sul muro rammenta che quella è la “casa natale di Amadio Binelli, arrotino di Rendena morto nel 1885 a Vignola di Modena”. Sull’architrave, una data: 1817.

Amadio ebbe due figli: Davide e Romedio. Il primo morì al tempo della Grande guerra, sul ghiacciaio del Mandron, lasciando una giovane vedova con 9 figli. Romedio, che aveva tre figli, era andato a Pinzolo con un carretto di legna. Di ritorno, sudato e gelato dal freddo, si prese la polmonite e morì. “L’ha ciapà su la döja e l’è mort”, racconta Ido Binelli, 70 anni, il papà di Andrea. Romedio era suo nonno. “Doi fradèi i ha lassà chi doi vedove con dodese fioi”.

Accadde molto tempo fa. Il mondo è cambiato. Pimont resta un villaggio senza tempo, sospeso tra il passato e la fiaba.

Allietata dai vagiti di Gabriel, annunciatore di vita nel Trentino della denatalità.

“Al stalòt”, la stalla nell’edificio accanto all’abitazione di Andrea e di Elisa, ci sono due asini, tre pecore. Gli animali di un presepe vero. Adesso che è arrivato anche Gesù bambino, la “storia della salvezza”, per Pimont, può davvero ricominciare.

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