«Dopo Dellai si guardi alla società civile»
Il politologo Pombeni: «C’è bisogno di più squadra e meno leader. Le primarie? Scelta rischiosa ma obbligata»
TRENTO. Per il dopo-Dellai c’è bisogno di più squadra e meno leader. Perché dopo una leadership forte e carismatica è inutile cercare un clone, meglio puntare su altro. Tanto più che dalle grandi crisi storiche non si esce grazie a un condottiero, servono più intelligenze ed energie possibili. E meglio sarebbe se il Trentino alla ricerca di un nuovo governatore guardasse anche oltre la politica e cercasse dei nomi nella società civile. Parte da queste considerazioni il ragionamento del politologo Paolo Pombeni, direttore dell’Istituto storico italo-germanico, sul dibattito in vista delle elezioni provinciali del prossimo anno.
Professor Pombeni, per il dopo-Dellai si dibatte se serva di più la continuità o una svolta? Lei da che parte sta?
La buona politica è sempre un mix di continuità e cambiamento. È ingenuo pensare di buttare via tutto, dall’altra la continuità ad ogni costo non si addice ad un mondo che cambia e a una fase economica del tutto imprevista come quella che stiamo vivendo.
Il centrosinistra alla ricerca di un nuovo leader sembra in difficoltà. Inevitabile dopo una leadership forte come quella di Dellai?
Il carisma succede, non si programma. C’è stato un leader carismatico come Dellai che ha fatto il suo percorso. Oggi non si può cercare un Dellai-bis. Se ci fosse uno con il carisma, lo avremmo già visto. Ora bisogna immaginare una politica meno personalistica e più capace di sfruttare i giacimenti culturali di un territorio. Non si esce da una grande crisi storica affidandosi a una o due persone.
Nella gestione Dellai c’è stato troppo accentramento di potere?
È abbastanza naturale che una personalità forte diventi accentratrice. Si può riconoscere che Dellai è stato un leader forte che ha accentrato su se stesso anche la creazione di una sua squadra al di là della politica. Certamente in una politica più di squadra questo sarà più difficile e si sconterà la tendenza di leader di minor livello a circondarsi di consiglieri che non sempre sono il meglio sul mercato. Anche da questo si misurerà la classe politica.
Vede all’orizzonte qualche candidato leader?
Conosco poco le persone di cui si fanno i nomi come papabili successori. Non mi pare si impongano per il carisma, ma questo non significa che persone apparentemente meno brillanti non si rivelino poi ottimi amministratori, proprio quando c’è bisogno di una fase più umile.
Ritiene le primarie uno strumento utile per selezionare la leadership?
Le considero una scelta rischiosa ma obbligata. Rischiosa perché si prestano ad essere manipolate, nella mia Emilia ne ho viste tante di finte, per dare una legittimazione popolare a scelte frutto del peso delle varie lobby politiche. Diverso è fare primarie vere, aperte alla società civile, accettando il rischio che il risultato sia anche diverso da quello che i partiti immaginano. Si va in una direzione molto aperta che presenta a sua volta rischi di populismo, ma che apre a forze vive della società civile. A Forlì per esempio il mio amico Roberto Balzani ha vinto da outsider contro una funzionaria di partito, il sindaco uscente. In Trentino finora non ho sentito nessun nome della società civile.
In una fase di crisi e di attacco all’autonomia non c’è più bisogno di qualcuno che abbia già un’esperienza politico-amministrativa?
La politica non è fatta da un leader che sa tutto, c’è un apparato che lo sostiene. I partiti, specialmente il Pd, dovrebbero essere capaci di far fare un passo indietro ai professionisti della politica e chiedere questo sacrificio a un uomo che viene dalla società civile.
Non rischia di essere un messaggio di debolezza della politica?
Tutt’altro. Si tratta di trovare personalità che impersonificano quello di cui una società ha bisogno. Una società viva e capace come il Trentino non può non trovare questa figura.
Che caratteristiche dovrebbe avere?
Aver fatto attività nel sociale, conoscere la realtà non solo di città ma anche delle valli, non essere stato dentro la distribuzione dei giochi di potere, avere un livello culturale per confrontarsi con una crisi che ha bisogno di un’analisi culturale. E presentarsi con una sua squadra che non è composta da chi farà l’assessore ma da chi è disposto a dare idee senza chiedere posti in cambio.
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