Arco, viaggio tra gli obbrobri della stazione
Carlo Tamanini, storico farmacista arcense, li mostra uno dopo l’altro: «Una schifezza estetica, una vergogna!»
ARCO. Il dottor Carlo Tamanini sopporta il caldo più della sciatteria. Molto di più. E' con impeccabile giacca e camicia che, sotto il solleone di luglio, lo storico e combattivo farmacista ci ha invitato, poco prima di mezzogiorno, ad una “visita guidata” (guidata da lui!) alla stazione delle corriere di Arco. “I casi sono due – ci spiega con la solita verve che porta a spasso da più di ottant'anni – O questa stazione fa schifo, come ho ripetuto da mesi a chi ci amministra; oppure mi dichiarino ufficialmente imbecille... visto che nessuno si sogna di metterci rimedio!”
Schifo estetico nei dettagli, s'intende, perchè come edificio – vagamente liberty – la vecchia autostazione della città delle palme potrebbe avere qualche pretesa....
Tamanini con passo svelto ci accompagna dentro e fuori il caseggiato. Sembra un artigiano che fa il punto dei restauri indilazionabili. Si comincia dalle colonnine che tengono su la tettoia che ripara l'utenza dalla pioggia: sgrostate, marce in alcuni punti, invecchiate e piene di magagne come le zampe di un pachiderma centenario. Poi l'indice di Tamanini punta in alto, con orrore, agli antiquati neon dell'illuminazione: un covo di ragnatele, di polvere, di sporcizia e di muffa. E quindi si sposta alle transenne arrugginite che tengono su un settore della pensilina (“le ha fatte Angelini padre!” - commenta). Poi si passa alla sala d'attesa, dove – anche soprassedendo sugli arredi da Bronx – non si può fare a meno di notare che il giro d'aria, nella calura soffocante, è provocato da una mano pietosa, che non sapendo come spalancare e tenere aperta la porta antidiluviana, ha pensato genialmente di impuntarla con un disgustoso cestino (pieno!) di rifiuti. Impagabili poi le cornici dei vetri e di quelli che furono, nei tempi gloriosi, gli sportelli della biglietteria. Si va dallo stucco (a occhio d'epoca asburgica) al compensato, dal panforte alla plastica. E non può mancare un salto nei servizi igienici, dove Tamanini – un po' immodestamente – fa capire d'aver conquistato, a furia di rimbrotti nelle stanze del potere, porte decenti, per poi ammettere malinconicamente, però, che la sua lotta per la ricollocazione degli specchi è stata fallimentare: e infatti nelle ritirate della stazione di Arco, uomini e donne, se vogliono vedersi le rughe, devono cercare un qualsiasi vetro riflettente. Impresa quanto mai ardua, perchè appena usciti dai servizi...ci si imbatte in una porta (quella che collega i due piazzali) che i vetri li ha persi in qualche battaglia tra monelli: decenni addietro.Insomma un'indecenza, una sensazione di degrado senza scampo. “E' incredibile!– sbotta Tamanini prima di riprendere la strada della farmacia con un diavolo per capello – Questa stazione è una vergogna. E non lo vedono solo i passeggeri di linea, ma anche i turisti, che con i loro pullman vengono proprio qua a far sosta e carico-scarico. E' vero che abbiamo un sindaco cosmopolita, ma mi chiedo a cosa serva se non riesce a dare un'occhiata alla sua cittadina, che nel punto di ritrovo dei viaggiatori fa veramente una figura meschina!”!