La storia

L'odissea di Insa: da prigioniero (torturato) degli jihadisti a chef nella nostra regione

In fuga per la vita: le torture in Libia, il viaggio sui barconi verso l’Italia e un nuovo inizio per il 29enne proveniente dal Senegal che si è affermato in cucina

di Alidad Shiri

BOLZANO. Insa Gnabaly, 29 anni, viene dal sud Senegal. È nato in un Paese con l’80% di popolazione musulmana, il 15% cristiana, il 5% di altre fedi o non credente.

Ricorda già da bambino la convivenza pacifica tra i diversi gruppi religiosi, le feste insieme, i musulmani che partecipavano alle feste dei cristiani, Natale, Pasqua, Pentecoste, e viceversa i cristiani che erano presenti come segno di amicizia alla festa di Eid al-fitr conclusione del Ramadan, o alla festa del sacrificio, tutto nel reciproco rispetto.

Racconta la sua vita con gli occhi lucidi, ma anche con un sorriso che non è stato spento dalle difficoltà attraversate.

Come era composta la sua famiglia?

Nella mia famiglia eravamo in cinque, due maschi e una femmina, insieme ai genitori, ma in realtà sono cresciuto con la mamma, perché loro si sono separati.

Quale piatto ricorda con nostalgia?

Riso con pesce, perché nel mio paese c’è poca carne e tanto pesce. Il riso è la base dell’alimentazione, come qui il pane.

Cosa sognava da bambino?

Sognavo di diventare calciatore, ma i miei non volevano e mi hanno convinto e costretto a studiare fino al liceo; negli ultimi due anni mi sono innamorato della filosofia, specialmente del pensiero kantiano e di Nietzsche, quindi dopo la maturità ho frequentato per due anni la facoltà di filosofia.

Nietzsche in un Paese musulmano?

Sì, questo però mi portava a scontrarmi con i miei compagni e amici, per una diversità di vedute, per un pensiero critico perché non mi adeguavo alla massa.

Come mai hai lasciato il suo Paese?

Sono stato minacciato e ho dovuto fuggire. Però all’inizio non pensavo di andare in Europa, ma in un paese africano vicino, dove potere vivere più tranquillamente. Ma le cose sono andate in un modo diverso.

Cosa è successo poi?

Con un pullman, una volta entrati in Nigeria, siamo finiti nelle mani di Boko Haram, siamo stati condotti in un carcere dove ci picchiavano e ci davano da mangiare solo pane secco ogni tanto. Eravamo costretti a studiare il Corano ed io, anche se musulmano, dovevo impararlo come volevano loro.

Dopo tre settimane cosa è successo e come siete riusciti a fuggire?

Sono arrivati i soldati nigeriani, hanno incominciato a combattere tra loro e così noi siamo riusciti a evadere e scappare.

Il resto del viaggio?

In seguito ho attraversato il deserto del Sahara, sono entrato in Niger, poi in Libia, dove sono rimasto a lavorare più di un anno in una fabbrica. In questo periodo sono stato arrestato tante volte, picchiato e torturato per estorcermi soldi. Era un inferno, ho deciso quindi di partire per l’Italia con un barcone. Siamo partiti alle 2 di notte, eravamo 130 persone su una piccola imbarcazione che ne avrebbe potute contenere al massimo 50-60. Era il 14 maggio del 2015. Alle 5, dopo solo un paio d’ore di navigazione, si è rotto il motore e siamo rimasti in mare alla deriva tutto il giorno. Eravamo in una situazione surreale: mancava l’acqua sotto il sole che ci bruciava, molti soffrivano di mal di mare e vomitavano e tanti piangevano. Alle 18 finalmente è arrivata una nave soccorso. Ci hanno portati a Pozzallo, in Sicilia.

Come è finito in Alto Adige?

Una volta arrivati a Pozzallo, ci hanno portati in un centro a Messina, dopo due settimane con un gruppo mi hanno trasferito a Bolzano. Dopo due mesi mi hanno destinato a un Centro a Merano.

Appena arrivato in Alto Adige quale novità l’ha colpito di più?

Le montagne, perché nel mio Paese non ce ne sono, nemmeno colline. Ma anche per me abituato a essere trattato sempre duramente, mi colpiva la gentilezza dei volontari, della gente.

Aveva visto la neve nel suo Paese?

In effetti mai, l’avevo vista solo nelle foto. Ricordo, una mattina mi ha svegliato un ragazzo dicendomi: Vieni a vedere cosa c’è fuori! Ed io, alzatomi dal letto, vedendo tutto bianco sono corso fuori senza neanche vestirmi, la toccavo con grande meraviglia con una gioia che non riesco a spiegare.

Quale è stato il suo percorso successivo, come è riuscito a trovare un lavoro?

Mentre aspettavo risposta alla domanda di asilo, per più di un anno ho cercato sempre di studiare le due lingue, italiano e tedesco. L’italiano era più facile dato che parlo francese, il tedesco più complesso, ma mi sono impegnato e siccome nel mio paese avevo fatto un percorso di studi, mi è stato più facile apprendere. Una volta che mi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, una signora che faceva volontariato al Centro, mi ha contattato dicendomi che in un rifugio a Merano 2000 cercavano un tuttofare. Ho fatto quindi un colloquio e mi hanno assunto come lavapiatti e tutto fare. In seguito dopo circa 8 mesi sono diventato aiuto cuoco. Andando avanti, dopo un anno sono diventato cuoco.

Adesso dove lavora?

Facendo il cuoco sono stato apprezzato, quindi dopo oltre un anno ho cambiato ambiente, contento di potere crescere nella professionalità e sono stato assunto a Rifiano in un Hotel a 4 stelle come secondo cuoco. Ora il mio sogno è di diventare un cuoco professionista stellato.

Ha riscontrato episodi di razzismo sulla sua pelle?

Personalmente no, però ho l’impressione che una metà della popolazione sia chiusa nei confronti di chi ha origini diverse. Personalmente mi sento bene integrato, incontro tante persone, spesso mi invitano nelle feste a casa loro.

Oltre al lavoro di cuoco svolge anche altre attività?

Sì, collaboro con la Cooperativa Savera facendo mediazione con i nuovi arrivati, sia per la lingua, sia per orientarli a livello burocratico. Per me è un regalo perché mi fa ricordare quanto mi è stato importante trovare persone che mi aiutassero concretamente in quel momento, e posso farlo a mia volta.

Cosa le manca di più del suo Paese?

La mia mamma, i miei amici anche se avevamo degli scontri. Spesso parlo con i miei, attraverso WhatsApp, Skype e non vedo l’ora di abbracciarli di nuovo.

Quale messaggio vuole dare agli autoctoni ed ai nuovi cittadini?

Agli altoatesini vorrei dire che siamo anche noi persone, con un sogno e tante capacità. Persone buone e cattive ci sono in tutti i popoli e non si può generalizzare. Ai nuovi cittadini vorrei consigliare di darsi da fare, imparare le due lingue qui necessarie, trovare un lavoro che dia dignità e autonomia, trovare il modo di integrarsi e rispettare le regole e le leggi.