L’INIZIATIVA

Cosa frulla nella testa di un uomo che uccide la sua ragazza? Gli studenti discutono di violenza di genere

Coinvolte 14 classi del Tambosi. Progetto nato dalla collaborazione tra Comune di Trento e Alfid


Claudio Libera


TRENTO. Sono 14 le classi dell’istituto Tambosi che ieri, lunedì 3 febbraio, hanno incontrato ed interagito con Antonio Ferrara, autore del romanzo "Mia", edito da Settenove. Lo scrittore è stato ospite del progetto “Riconoscere e prevenire la violenza di genere”, nato dalla collaborazione tra Comune di Trento e Alfid (Associazione Laica Genitori In Difficoltà) e rivolto al personale docente e alle componenti studentesche e genitoriali per aumentare il livello di conoscenze su questo fenomeno attuale. Il progetto ha mosso i primi passi all’inizio dell’anno coinvolgendo sei classi dell’istituto cittadino in un percorso che ha visto partecipare formatori esterni specialisti del settore, quali Emanuele Corn, Leandro Malgesini e Ivan Pezzotta. Con il loro contributo, è stato analizzato il tema attraverso il linguaggio cinematografico, con opere come C’è ancora domani e Mia, e quello letterario con il romanzo di Antonio Ferrara, Mia. La storia è quella di Cesare, 15 anni, che scrive la sua storia dal carcere fissando l’intonaco del muro. Il protagonista si trova qui perché ha ucciso la sua Stella e proprio partendo da questa confessione iniziale racconta la sua storia, quella fatta di gelosia, possesso e ossessione.

Quella che fa dell’amore una gabbia, invece che un grido di libertà. «Non sappiamo cosa frulla nella testa di un uomo che uccide la sua ragazza, quella che poco prima diceva di amare. Ho spoilerato il finale all’inizio – dice Ferrara ai ragazzi – perché secondo voi? La vera sorpresa è scoprire il perché. Volevo dire al lettore come potrebbe andare a finire se il tuo ragazzo ti controlla i messaggi, come ti vesti e se ti chiede di non frequentare le tue amiche. Se ti mette le mani addosso. E volevo darvi un pugno nello stomaco. La scommessa, stavolta, era scoprire cosa c’è nella testa di un uomo».

La vicenda prende ispirazione da una storia vera, quella dell’amica di sua figlia. Ed è una storia che parla anche di Carolina Picchio, la ragazza che dà il nome alla legge 71 del 2017, adolescente morta per colpa di un gesto di cyberbullismo. È la storia di Giulia Cecchettin e di tutte le altre ragazze vittime di violenza di genere, di quel “troppo amore” frutto di una distorsione emotiva e sentimentale. È una storia che, insieme a tutte le altre storie di Antonio Ferrara, parla di violenza e prevaricazione di genere e lo fa attraverso capitoli brevi, brevissimi, intensi come schiaffi, lucidi come uno specchio. La casa editrice Settenove non è casuale: si occupa solo di pregiudizi e stereotipi. Sette e Nove, proprio come una data, 1979, quella della carta dei diritti delle donne scritta all’Onu. "Questo romanzo finisce male, se ci pensate – dice Antonio Ferrara ai ragazzi, quelli che lui chiama adoleggenti – Dove sta la speranza?". "In noi. Siamo noi la speranza – risponde una ragazza in prima fila – siamo noi che leggiamo, perché possiamo fare in modo che non succeda più, che non capiti ancora".













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