LA STORIA

“Così ho scoperto il segreto dei 46 trentini e dei 2 altoatesini sepolti nelle fosse comuni dell’ospedale psichiatrico di Praga”

Una vicenda drammatica ricostruita dal fotografo ed artista trentino Christian Fogarolli. Ecco i loro nomi

di Fabio Peterlongo

TRENTO. Una vicenda dolorosa si fa strada dalla Repubblica Ceca e dalla sua capitale, la meravigliosa Praga, ed arriva a toccare una delle pagine più oscure e rimosse della storia del Trentino. Nella periferia a nord della città, dove un tempo sorgeva il villaggio di Bohnice, oggi inglobato nella metropoli, ad un quarto d’ora di macchina da Ponte Carlo e dalle guglie aguzze della Città vecchia che angosciavano il genio fragile e febbrile di Franz Kafka, sorge la clinica psichiatrica di Bohnice, dall’aspetto signorile, edificata nei primi anni del Novecento, circondata da un bel parco che solitamente ospita festival e concerti.

A poca distanza da questa facciata sontuosa, si cela però un drammatico segreto, che sfugge agli occhi dei turisti. Basterebbe percorrere qualche centinaio di metri per scoprire il cimitero di Hřbitov, usato nei primi decenni del Novecento per seppellirvi i pazienti morti nell’ospedale psichiatrico. Erano gli anni della Grande guerra e l’ospedale di Bohnice era diventato il luogo dove sfollare i pazienti provenienti dai manicomi vicini alle linee di combattimento che venivano trasformati in ricoveri per i soldati dell’esercito imperiale. A centinaia furono i malati psichici che furono forzatamente trasferiti a Bohnice da tutti i territori ai margini dell’Impero. E tra loro, non mancavano anche i ricoverati del Manicomio di Pergine. Oggi li definiremmo “trentini” ed “altoatesini”, ma all’epoca erano semplicemente sudditi del Tirolo meridionale.

E lì, nel cimitero di Hřbitov, dove oggi è cresciuta una foresta sostanzialmente impraticabile a causa della vegetazione parassitaria ed infestante, sono sepolti alla rinfusa quarantasei pazienti trentini e due altoatesini. Sepolti senza un nome, una croce, una lapide, che ricordino chi erano. Tumulati in una serie di fosse comuni, oggi ricoperte di edera. Edera che invade tutto, edera che nasconde e camuffa irregolarità e crepacci, rendendo quel terreno pericolosissimo da percorrere. Al punto che l’accesso all’area è vietato e l’unica guida turistica che segnala questo luogo avverte: «Si percorre l’area a proprio rischio e pericolo». Quarantasei trentini e due altoatesini (tra cui sedici donne), morti tutti tra il 1916 e il 1918, celati da quella copertura d’edera morbosa e ingannevole, riscoperti dopo un secolo dal fotografo ed artista trentino Christian Fogarolli.

Era il 2017 quando Christian, durante una collaborazione con Futura Centre for Contemporary Art di Praga, incappava accidentalmente in questa vicenda e decideva di cercarne un senso artistico. È così iniziato il lavoro al progetto Krajany, che in lingua ceca e anche russa significa “concittadini”, con la collaborazione dell’archivio dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari di Pergine Valsugana, di alcuni storici praghesi e della Fondazione Eleutheria della stessa città.

Il risultato di questa presa di coscienza è stato che finalmente ai quarantotto corpi, sepolti chissà dove sotto qualche palmo di terreno, in mezzo a centinaia di altre salme, è stato ridato un nome. Dopo il nome, è arrivata una targa che riprende quella realizzata nel 1932 ed andata distrutta, la quale commemorava quei morti senza nome con il tipico linguaggio retorico e tronfio del primo dopoguerra: «A perpetuo ricordo dei 48 alienati trentini in quest’istituto, trasferiti e morti durante l’atroce guerra mondiale e alle cui salme in questo cimitero sepolte mancò il supremo conforto dell’ultimo riposo nel suolo redento della loro patria». Christian ha voluto ricostruire la stele aggiungendo i singoli nomi di ogni individuo. La targa è stata posta sulla parete frontale del rudere di una piccola chiesa fatiscente, anch’essa divorata dall’edera.
Oggi Christian Fogarolli racconta quell’esperienza e non nasconde il senso di angoscia che gli ha provocato.



Christian, come ti sei imbattuto in quel terribile luogo, con il suo carico di dolore e di censura?
Ero a Praga per un progetto di lavoro e durante un sopralluogo presso il grande ospedale psichiatrico e sono arrivato presso il cimitero di Bohnice. Con grandissima sorpresa sono risalito all’informazione della sepoltura di quarantotto persone provenienti dall’area trentina. Si è trattata di una coincidenza incredibile per me. Grazie alla disponibilità dell’Azienda sanitaria del distretto Valsugana, ho effettuato dei controlli incrociati tra le cartelle cliniche dei pazienti del vecchio Manicomio di Pergine e quelle trovate a Praga. Ma non è stato facile, anche alla luce delle resistenze dei cechi, restii a trattare questo tema.

Sono 46 trentini e due altoatesini, anche se la stele forgiata negli anni Trenta li commemora semplicemente come “trentini”, com'era prassi nel Regno d'Italia. Cosa sappiamo di queste persone?
Sono tutte persone nate verso fine Ottocento, molti erano contadini. Ho cercato di restituire loro un’identità, il nome e un cognome che gli erano stati tolti. Dopo il lavoro di ricerca archivistica e sul campo è stata ricostruita una piccola lapide con i nomi, riposizionata sulla facciata della stessa chiesa in cui si tenne una cerimonia commemorativa nel 1932.

Sappiamo qualcosa della loro morte?
Furono vittime degli sfollamenti forzati verso le regioni interne dell’Impero Austroungarico, trasferimenti comuni a tanti ospedali. Purtroppo, in tanti non sopravvissero. Degli stessi 48 “trentini” nessuno tornò a casa. Morirono quasi tutti di tubercolosi e in altri casi non è dato sapere. Finirono seppelliti nel vasto campo a poca distanza dall’ospedale di Bohnice, senza un nome, insieme a centinaia di altre salme. Fu tolta loro anche una degna sepoltura.

Il ricordo di queste persone fu immediatamente perduto?
Ho ritrovato uno stralcio tratto dalla stampa locale che nel 1932 racconta una cerimonia di commemorazione svolta a Praga alla presenza dell’arcivescovo di Praga e del Ministro della giustizia italiana Alfredo Rocco. Ci sarebbe ancora molto da approfondire sulla vicenda. D'altronde non se ne è più parlato per quasi un secolo.

Il tuo lavoro risale al 2017. Negli anni successivi sei stato contattato da qualche discendente?
Nessuno dei discendenti mi ha contattato o poteva farlo, i media locali prima di adesso non se ne sono occupati, sicuramente qualcuno potrebbe rintracciare qualche antenato. L’intero progetto artistico e di ricerca storica è stato presentato nel 2018 in un intervento espositivo personale curato da Angel Moya Garcia presso La Tenuta dello Scompiglio di Vorno in Toscana, un luogo dedicato all’eccellenza delle arti performative.

Com’è la situazione attuale del cimitero?
Un fatto significativo è che i corpi furono seppelliti spesso ammassati, l’uno sopra l’altro, coperti solo da uno strato di terra. La decomposizione dei corpi ha creato dei vuoti nel terreno e sopra è cresciuta un’interminabile distesa di edera che dà la falsa percezione di un terreno omogeneo, ondulato. Chi si avventura su quel terreno, deve procedere con estrema attenzione, rischia di cadere nelle irregolarità del suolo ricoperto dall’edera. Io stesso ho mosso i miei passi in queste aree, con cautela e delicatezza, il tutto ripreso da degli operatori video. È stata un’esperienza introspettiva che ho cercato di raccontare con il linguaggio dell’arte e della ricerca.

I manicomi di inizio Novecento per fortuna non esistono più. Quanto è cambiato l'atteggiamento verso la malattia mentale?
Il tema rimane sempre delicato e quantomai attuale. Le neuroscienze stanno avanzando in modo incredibile, ma devono procedere di pari passo con altre discipline che agiscono direttamente sul soggetto e sull’individuo e non possono porsi come il sapere assoluto del mondo psichico. La Legge Basaglia, esportata a livello internazionale, è una conseguenza in fondo del pensiero di Heidegger dell’essere nel mondo, «come può un uomo recuperare il mondo se viene richiuso in un recinto»?

In che modo l’arte può permettere di comprendere meglio queste persone lasciate ai margini?
Il mio lavoro cerca di muoversi sul confine tra normalità e devianza creato dalla società contemporanea, cosa si ritiene lecito, regolare, sano e cosa no. Questi interrogativi mutano in relazione all’area geografica, alla cultura, alle credenze, alla società e alla politica di un popolo. L’arte è in sé inutile, non può migliorare la condizione di persone isolate o che soffrono di disagi di diversa natura, ma può porre interrogativi su problematiche esistenti. E lo può fare da un punto di vista soggettivo, intimo e personale.




L'ELENCO DEI QUARANTOTTO SEPOLTI DI BOHNICE RINTRACCIATI DA FOGAROLLI
1. Anna Brunori (1918) – Rovereto
2. Fortunato Paoli (1918) – Sant’Orsola di Pergine
3. Maria Micheli (1918) – Fondo
4. Stefano fu Giuseppe Polo (1918) – ?
5. Arturo Casagrande (1918) – Trento
6. Enrica Michelotti (1918) – Drena
7. Arcangelo Zanettin (1918) – Castel Tesino
8. Caterina Moser (1917-8) – Nave S. Felice
9. Giacomo Tavani (1917) – Vigo Brentonico Mori
10. Ernesto Bernardi (1917) – Roncegno
11. Giovanni Sartori (1917) – Fondo
12. Elvira Mora (1917) – Riva del Garda
13. Domenica Facen (1917) – Casteltesino, Strigno
14. Jan Mumelter (1917) – Bolzano
15. Stefania Beretta (1917) – Val di Ledro
16. Gisela Demattio (1917) – Cavalese
17. Giovanni Amistadi (1917) – Arco
18. Amabile Nicolussi (1918) – Levico
19. Giuseppe Demattè (1918) – Vigo Meano
20. Giuvenda Rigotti (1917) – San Lorenzo, Stenico
21. Enrica Chemini (1917) – Mori
22. Carolina Pellizzari (1917) – Daone, Condino
23. Rosa Stenghel (1917) – Caldonazzo
24. Marco Mezzanotti (1917) – Molina, Riva
25. Domenico Flessatii (1917) – Malè, Val di Sole
26. Filomena Margoni (1917) – Ranzo
27. Sisinio Bettega (1917) – Canal S Rovo. Primiero
28. Serafino Agosti (1917) – Cles
29. Giuseppe Sgnaizer (1917) – Pederzana
30. Domenico Chiesa (1917) – Pejo, Cles
31. Giovanni Gasperi (1917) – Borgo Valsugana
32. Sebastiano Giansiracusa (1917) – ?
33. Candido Capra (1917) – Cazzano, Borgo
34. Fizip Pissoni (1917) – ?
35. Charlotta Peruzzi (1917) – Levico
36. Pietro Pedrotti (1917) – Malè
37. Maria Paoli (1917) – Mezzocorona
38. Jan. Kil. Iuriatti (1917) – Cavalese
39. Giuseppe Bisoffi (1916) - Rovereto
40. Massimo Frisinghelli (1916) - Rovereto
41. Giovanni Eccher (1916) - Trento
42. Severino Bertolini (1916) - Vermiglio
43. Loris Zanetti (1916) - Telve, Borgo
44. Luigi Chini (1916) - Mezzolombardo
45. Giovanni Emmerenziani (1916) - Mechel, Cles
46. Antonin Greif (1917) - Bolzano
47. Leopold Brighenti (1917) – Val di Ledro
48. Riccardo Bettini (1918) - Nogaredo