La battaglia di Giuseppe: «La mia vita con la Sla» 

Trupia ieri ha presentato il suo libro, «Io non mi arrendo», nella Rsa di Riva Presente anche il presidente della Provincia Rossi, da anni vicino all’artigiano


di Katia Dell’Eva


RIVA. L’anemone: un fiore dai petali arrotondati e dalle molteplici colorazioni, messaggero di primavera e simbolo per antonomasia di perseveranza e costanza. Questo il soggetto della scultura, opera dell’artigiano trentino Mastro Sette, che il presidente della Provincia Ugo Rossi ha voluto donare a Giuseppe Trupia, l’autore, affetto da Sla, del libro “Io non mi arrendo” (edizioni Chiado), in nome di quella forza che lui, come la pianta, ha saputo dimostrare nel combattere la malattia.

«Ci tenevo ad essere presente in occasione della presentazione di questo libro» - ha infatti dichiarato Rossi, non senza una nota di commozione, nel corso dell’evento che si è svolto ieri pomeriggio presso l’Rsa Città di Riva - «perché per me Giuseppe ha rappresentato un motore per molte azioni. L’ho conosciuto quando ero ancora assessore alla sanità e da allora ci siamo sempre tenuti in contatto: il suo esempio ha indubbiamente contribuito a far sì che nascessero quei piani di prevenzione e di sostegno finanziario legati ai malati di Sla e alle loro famiglie, oggi attivi sul territorio provinciale; alla sua persona (tra altre, certo) si deve la sensibilizzazione sul tema degli ultimi anni».

Giuseppe Trupia, nato a Canicattì nel 1968 e residente, fino a quando la malattia non gli ha imposto il ricovero, a Pranzo di Tenno, è infatti una figura cardine della sua comunità e non solo. Un uomo ironico, ma realista e caparbio, come lo descrivono familiari e amici. Un “determinato” e allo stesso tempo un “rompiscatole” come lui stesso invece si racconta, anche se non per mezzo della voce, ma servendosi di un computer al quale, con impulso visivo, suggerisce cosa dire. Tutte qualità (e difetti), questi, che, ha aggiunto ancora Giuseppe nel corso della presentazione del suo libro “Io non mi arrendo”, curato da Carlo Girardi, «mi portano a pensare oggi che, come diceva Benigni nel suo film, “la vita è bella”, ma che certo, senza Sla, sarebbe pure meglio, e a raccontarvela in ogni sua sfaccettatura». Senza filtri e timori, il racconto in prima persona descrive quindi le grandi passioni di Giuseppe, l’Oriente e le arti marziali, la sua fede in Dio, il suo lavoro come artigiano metalmeccanico nel settore della pulitura dei metalli, la sua vita in famiglia con la moglie Sonia e il figlio Matteo. «Una quotidianità che la malattia ha rovinato d’improvviso, quando avevo 37 anni, e Matteo soltanto uno» - ha proseguito - «ed è quindi delle difficoltà, delle preoccupazioni, delle paure che la Sla ha portato con sé, che vi parlo, ma anche delle gioie e del tanto affetto che ho ricevuto». Una vicinanza e un calore che si sono manifestati anche ieri, con le decine di amici e conoscenti presenti, tra lacrime e commozione, all’evento. Tra loro anche alcuni volontari dell’associazione Aisla Trentino - Alto Adige e la fisioterapista di Giuseppe, Nadia Barolo, che ha spesso mediato e aiutato l’autore del libro nell’esposizione.













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