La storia

La collina dei ricordi, il giardino dove riposano le statue salvate 

In cimitero. Figure provenienti da tombe rimosse, recuperate, ripulite e collocate tra erba e fiori


Luca Fregona


BOLZANO. L’occhio corre a destra. Un bambino seduto a gambe incrociate. Una ragazza con i capelli sciolti che raccoglie un fiore. Un’altra, più giovane, accarezza il prato... L’occhio corre ancora: una Madonnina regge una rosa fresca. E altre due Madonnine, anzi: tre Madonnine, una accanto all’altra. E Sant’Antonio che tiene in braccio Gesù Bambino. E un Cristo sofferente. Spuntano tra fusti di erba alta e fiori di campo. Una collina di terra di risulta, racchiusa ai lati da un quadrato grigio di new jersey in cemento.

Il bambino... Il bambino lo ricordo. Era vicino alla tomba di mio nonno Leo. Lo vidi la prima volta che avevo circa sette, otto anni. La sua età, credo. Dietro di lui si stagliava il profilo di una cima. Forse il Catinaccio, forse lo Sciliar o le Torri del Vajolet. Era caduto in montagna. Lo salutavo sempre. Lo percepivo vivo. Da piccolo, chissà perché, ero convinto che non si potesse morire prima di aver compiuto dieci anni. Quindi: lui non era davvero morto. Ogni volta che andavo dal nonno, passavo a salutarlo. Ci parlavo, come ancora oggi parlo ai miei morti.

Molto, molto tempo dopo, un giorno, quella tomba – sempre curatissima e molto amata – sparì.

Ora: eccolo di nuovo, il bambino. Nel suo giubbino di scuola elementare, con lo stesso sorriso di cinquant’anni fa. E quella giovane donna? Chi era, chi è, quella ragazza seduta tra l’erba selvaggia, avvolta da una nuvola arancione di Calendule fluorescenti? E quella più in là, quasi una bambina, con i capelli raccolti a crocchia, la mano sinistra sul cuore, mentre la destra accarezza i fiori?

Avevo notato qualcosa in inverno, ma il cervello non aveva archiviato l’informazione, forse perché la natura ancora riposava. Oggi, invece, questo giardino “magico”, sospeso tra la vita e il mistero della morte, questo giardino - che sembra uscito da una favola dark di Tim Burton -, chiama. Ti obbliga a fermarti. Non lo puoi ignorare. Ci devi parlare. Qui, a due passi da dove riposa mio padre, ala nord-est del cimitero di Bolzano, lato Oltrisarco, praticamente al muro di cinta, tra l’erba alta, e il rosso, il giallo e il viola dei fiori selvatici. Statue funerarie in bronzo, ferro, rame e acciaio, recuperate da tombe rimosse. Ripulite e sistemate da mani sensibili e amorevoli all’interno e ai margini di un campo, che la natura si è ripresa con l’andare delle stagioni.

Le tombe seguono il destino degli uomini e delle donne. Cambiano posto, dalla terra si passa ai loculi. A volte, spariscono per sempre. Non so a chi sia venuta l’idea. Probabilmente a un operaio del cimitero, un giardiniere. Girando tra i nostri morti (la nostra memoria, i nostri cari), si sarà affezionato a quelle figure, a quelle storie, alle persone nascoste dietro a una data di nascita e a una di morte. Non voleva lasciarle andare. Non sopportava l’idea che venissero cancellate - le statue/le vite - da una colata in un forno di fonderia. Invece di mandare il ferro, l’acciaio e il bronzo a rottamare, le sue mani hanno protetto, ripulito, ridato linfa.

Una signora si avvicina. Passa la mano sulla testa della ragazza con i capelli sciolti. Un uomo anziano infila tre rose rosse tra le mani giunte di una Madonna.

Un altro ha messo dei fiori di plastica (“che così durano”) ai piedi del bambino.

Non c’è niente di profano o irrispettoso. In questo luogo sereno, pacifico, bello, in qualche modo sacro, è come se tutti i morti continuassero a starci accanto, vicini. Come se non se ne fossero mai andati veramente. E non importa se, magari, non c’è più nessuno che possa ancora ricordarli.

 













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