Gli Asterix ottantenni che hanno sfidato Benko
Storie Gabriella Cecchelin e Bruno Lorenzi, 85 e 87 anni, sono entrati nel loro nuovo appartamento al Waltherpark. Una battaglia durata dodici anni
BOLZANO. «Dodici anni. Ci sono voluti dodici anni, ma rifaremmo tutto daccapo». Gabriella Cecchelin abbraccia il marito e guarda verso il Catinaccio. La terrazza dell’attico adesso è di 50 metri quadrati e guarda a 360 gradi tutta la conca di Bolzano. Dal Macaion al Virgolo, andata e ritorno. Lo spettacolo è grandioso: il cielo è pulito, la temperatura mite, l’autunno spruzza di giallo, tabacco e rosso il Colle, Monte Tondo, San Genesio... Bruno Lorenzi punta di nuovo il Catinaccio. «Mi mancava – sospira – ha accompagnato le mie albe e i miei tramonti per quarant’anni. Non è stato facile, ma siamo ancora qui».
L’appartamento è luminosissimo: ampie vetrate, pareti dai colori tenui, due bagni, tutto (dalle tende ai condizionatori, al riscaldamento) a portata di clic grazie alla domotica. «Duecento metri quadrati contro i centoventi di “prima”». Gabriella Cecchelin e Bruno Lorenzi ci sono entrati a fine agosto. Stanno ancora prendendo le misure, ma ce l’hanno fatta. Sono di nuovo lì dove volevano essere. Via Garibaldi 20. Stesso civico del 2013, stesso indirizzo, stesso piano – l’ultimo, il settimo – stessa vista da urlo. Ma tutto è cambiato. Il loro condominio, il “Garibaldi”, dove avevano comprato casa nel 1969, non esiste più: raso al suolo dal progetto Waltherpark insieme all’Hotel Alpi, sostituito da un residence extralusso da 14 mila euro al metro quadrato. L’attico, però, è loro, gli spetta di diritto. Hanno combattuto e hanno vinto. Questa è una storia incredibile di resilienza e tenacia. Davide contro Golia. Asterix contro Roma. Mentre Renè Benko occupava a suon di milioni, appoggiato da Comune e Provincia, tutta la zona Stazione per farne un rione del lusso e una Mecca del commercio, c’era una piccola sacca di resistenza: loro, i coniugi Lorenzi-Cecchelin, che non volevano vendere al tycoon. L’unico “no” tra i 50 proprietari di alloggi del “Garibaldi”. Un no pesantissimo, che rischiava di far saltare il banco.
Una zona da “ripulire”
Agosto 2013. Gli emissari di Benko bussano alla porta. Vogliono comprare tutto il palazzo e demolirlo. Un condominio con una pessima fama, il “Garibaldi”: casa di prostitute e stranieri, nel mirino del sindaco Spagnolli e delle opposizioni di destra. Un posto dove vivevano ammassati migranti che pagavano 500 euro a testa per un posto letto. Un posto da “ripulire”. La sua demolizione era una condizione posta dal Comune a Benko prima di spalancargli le porte per realizzare il Waltherpark. «Io avevo 73 anni – racconta Gabriella Cecchelin –, Bruno 75. Ci siamo guardati in faccia. Il discorso puzzava lontano un miglio di velato razzismo e pregiudizio. Non c’è stato nemmeno bisogno di parlarne tra di noi. Stiamo insieme da sessant’anni, siamo della stessa pasta». E che pasta.
Sono due figure importanti della sinistra bolzanina. Lei, che ha lavorato per una vita come assistente sociale, battendosi già negli anni Sessanta per l’integrazione delle persone disabili, è stata tra le fondatrici del consultorio Aied e del movimento femminista. Lui è stato operaio alla Montecatini, studente-lavoratore, poi docente e direttore della Formazione professionale. Una lunga militanza comune nella Cgil, nell’Opera Nomadi e a fianco delle famiglie dei tossicodipendenti, quando l’eroina uccideva tutti i giorni anche in città piccole come la nostra. Quando i vari plenipotenziari di Benko si presentano offrendo cifre favolose (fino a 4 mila euro al metro quadrato, un prezzo pazzesco per via Garibaldi), loro dicono no, no, e ancora no. Ne fanno una questione di principio. «Il punto – continua Cecchelin – è che noi ci stavamo benissimo al “Garibaldi”. Avevamo capito che quella era un’operazione anche politica. Dava fastidio un posto così, in pieno centro, dove viveva gente di quindici etnie differenti. Parliamo di migranti sfruttati da chi affittava loro, in nero, posti letto in appartamenti ridotti a topaie. Nessuno si poneva il problema morale che, buttando giù il “Garibaldi”, sarebbero finiti tutti per strada».
Cinque anni di no
Morale: per cinque anni i Lorenzi-Cecchelin non cedono. Anni difficili. Restano gli unici inquilini del palazzo, che viene continuamente occupato abusivamente da spacciatori e tossicodipendenti che entrano di nascosto. Subiscono pressioni anche dagli altri proprietari che hanno già firmato con Benko. Il tycoon ha messo una clausola: se tutti e cinquanta gli appartamenti non passano nelle sue mani, l’affare salta. Ricevono lettere minatorie, gli fanno saltare anche la porta. Un giorno suona al campanello l’allora sindaco Spagnolli. Il discorso è semplice: fatela finita, ne va di mezzo il bene della città. Ma loro, niente: gli indicano cortesemente l’uscita. Capiscono di avere subito bisogno di un avvocato, si affidano al legale bolzanino Amiltore Arcuri.
«Non era una questione di prezzo – spiegano –. Avremmo potuto chiedere qualsiasi cifra e ce l’avrebbero data. Il punto è che vivevamo come una violenza il fatto di essere posti, a settant’anni suonati, davanti a una specie di ricatto. Ci volevano cacciare da casa nostra. Ma quella era la nostra casa. Il nostro posto. La nostra terrazza. Le nostre albe e i nostri tramonti».
La trattativa.
L’edificio, intanto, viene lasciato alla deriva, la manutenzione ridotta al minimo se non inesistente, senza sosta le incursioni di senzatetto, pusher e fumatori di crack ed eroina, le cantine ridotte a dormitori e immondezzai. Aprile 2016: il commissario straordinario Michele Penta, che ha preso in mano il Comune dopo le dimissioni di Spagnolli per le continue tensioni nella sua coalizione sul Waltherpark, indice un referendum per “sentire il polso della città”. Benko porta Niki Lauda e Oscar Farinetti in giro per i quartieri. A Palazzo Menz espongono il plastico. Non c’è partita: l’imprenditoria austriaco vince a man bassa con il 65% di sì (22mila voti). La politica sale al volo sul carro. Il plenipotenziario del tycoon, il commercialista Heinz Peter Hager, tesse un’abile rete di rapporti e contatti trasversali. Il consigliere comunale (che poi diverrà deputato della Lega) Filippo Maturi pubblica sui social un video in tenuta da combattimento, elmetto in testa. Definisce la zona di via Garibaldi “Bolzanistan”. Un bubbone da estirpare.
«Era evidente - sottolinea Gabriella - che non potevamo resistere ancora a lungo. Ormai viaggiavamo verso gli ottant’anni». Estate 2018: l’avvocato Arcuri comunica ad Hager che “i Lorenzi sono pronti a trattare”. Il giorno X, loro si presentano con l’avvocato e il nipote di Gabriella, Giulio, ingegnere, arruolato come consulente per tutti gli aspetti tecnici. Hager è raggiante. Sorrisi a trentadue denti, pacche sulle spalle. Ma è Bruno a spegnere subito i facili entusiasmi. «Signori, ecco le nostre condizioni». Una lista talmente accurata e pignola da far saltare i nervi anche a Giobbe. Hager, pur di chiudere, accetta tutto. Sotto sotto li ammira. Sono stati due avversari durissimi. «Ammetto – dice Lorenzi – che è stato conciliante. Conveniva a noi, conveniva a lui».
L’accordo
Il contratto viene firmato l’8 gennaio 2019. Questi i punti principali. Primo: nel nuovo condominio costruito al posto del Waltherpark, ai Lorenzi spetta un attico di dimensioni ricalcolate sulla base dei nuovi volumi dell’edificio (quindi più grande) e realizzato secondo le loro indicazioni progettuali. Secondo: copertura delle spese di trasloco e affitto fino al termine dei lavori e alla consegna del nuovo appartamento, prevista dopo due anni. Un’ingente penale per ogni giorno di ritardo (la somma, alla fine, sarà notevole: i lavori hanno sforato di quattro anni e sei mesi). Terzo: copertura di tutte le spese legali e per le consulenze tecniche. In più, ottengono un garage e la cantina. Per farla breve: strike. Pochi giorni dopo i Lorenzi lasciano per sempre il “Condominio Garibaldi”. Il resto è storia recente: la demolizione, la costruzione del Waltherpark, l’arresto di Benko in Austria, Hager ai domiciliari per l’inchiesta Romeo ma ancora consulente del nuovo proprietario Schoeller. I Lorenzi non hanno più come vicini “prostitute e africani”, ma ricconi olandesi e americani che si sono tolti lo sfizio di comprarsi una lussuosa base ai piedi delle Dolomiti. Gabriella si accende l’ennesima Johnny Player light sprofondata nel sofà che guarda i tetti del centro. «Tutta questa storia – dice assorta – ci ha condizionato la vita per dodici lunghissimi anni. Per sei anni, fino a poche settimane fa, siamo stati in affitto, lontani da casa nostra. Oggi io ho 85 anni, Bruno 87. Ora che è finita, mi sento come svuotata. Queste battaglie, alla lunga, logorano, ma sono necessarie. Ne è valsa la pena? Sì. Sarei pronta a ricominciare domani. Mi resta però l’amaro in bocca. Non è la Bolzano che sognavo e per cui ho lottato tutta la vita». Bruno le afferra la mano. Chapeau.