Mi ritorni in mente

Giugno 1954: il capoforno delle Acciaierie ucciso da una lastra

Gli 80 anni dell'Alto Adige: 1945 - 2025. Ogni giorno una notizia dal nostro archivio



In questi giorni ricorre un anno dall’incendio all’Aluminum che ha ucciso l’operaio Bocar Diallo e provocato gravissime ferite e ustioni ad altri cinque lavoratori. La Zona industriale di Bolzano ha pagato sempre un prezzo molto alto in termini di vite umane stroncate sul lavoro, a cui si aggiungono esistenze segnate per sempre – nel corpo e nello spirito – dagli incidenti e dalle malattie professionali.

Ricordare i nomi di queste persone emigrate, in epoche diverse, sull’onda della miseria, per lavorare nelle fabbriche, è un monito a non abbassare mai l’attenzione sulla sicurezza. E anche un doveroso omaggio alla storia della nostra comunità.

Bortolo Artusi era un capoforno alle Acciaierie. È morto a cinquant’anni il 29 giugno 1954, schiacciato da una lamiera di ferro. Abitava in via Milano con la moglie e i tre figli di 18, 8 e 9 anni. Lavorava alle Acciaierie dal 1938, l’anno in cui, nello stabilimento di via Volta, venne effettuata la prima colata (l’anno successivo, nel ’39, furono messi in funzione la pressa e il laminatoio). La fabbrica era sorta dal nulla tra il 1935 e il 1937. Artusi era arrivato da Grandola, nel Comasco, come altri centinaia di operai portati da Falck direttamente dalle ferriere lombarde.

Così la cronaca dell’Alto Adige sull’infortunio mortale: «L’Artusi si trovava intento, verso le ore 10, insieme ad alcuni operai, al trasporto di una grossa e pesante lamiera di ferro del diametro di oltre tre metri, a cui dovevano essere effettuate delle riparazioni. La manovra avveniva a mezzo gru. A un tratto, però, uno degli operai, Ettore Presotto, si accorse che la grossa lamiera stava per sganciarsi dalla gru, a cui era assicurata attraverso una calamita».

Presotto urla e si getta di lato. Artusi non fa in tempo. La lastra lo investe in pieno. Lo sbatte contro lo spigolo di un anello di volta. «Immediatamente i compagni si precipitarono a soccorrere l’operaio rimasto inanimato al suolo, e provvidero a trasportarlo all’infermeria dello stabilimento».

Inutile il trasporto in ospedale. «L’Artusi decedeva pochi minuti dopo in seguito al grave trauma cranico riportato». Il cordoglio nel cuore operaio di Bolzano è enorme: Artusi era un capo amato e rispettato, “stimato dai dirigenti”. Il figlio maggiore, Giovanni, era stato appena assunto nello stabilimento. 

Come dice un vecchio operaio della Lancia: «La fabbrica prende e dà. Ti dà il pane e un tetto, ma può anche toglierti tutto». LF

 













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