L'INTERVISTA

Dan Peterson: «Mamma butta la pasta è nato così. Con Nanni Loy università della vita» 

Il coach più amato d’Italia a Folgaria. Chiacchierata a 360° davanti a una folla di turisti: dal golpe di Pinochet agli spot del the, dai radiocronisti americani all’amore per la moglie Laura

di MAURIZIO DI GIANGIACOMO

FOLGARIA. Dal golpe di Pinochet al Coronavirus, da Nanni Loy a Donald Trump, dai radiocronisti dei Cubs e dei White Sox all’aria buona di Folgaria, passando ovviamente per Sandro Gamba e Dino Meneghin. Per quanto ne abbia rilasciate a centinaia, un’intervista a Dan Peterson non è mai un’intervista come le altre. Innanzitutto, perché The Coach ha un album dei ricorsi inesauribile al quale attingere; ma, soprattutto, perché come le racconta lui, quelle storie di basket, di sport, di televisione, di comunicazione, quelle storie di vita vissuta fino in fondo, non le racconta nessuno.



Della disponibilità dell’84enne dell’Illinois abbiamo approfittato a fondo martedì sera a Folgaria, moderando l’incontro con i turisti organizzato dall’Azienda di promozione turistica locale in piazza Marconi. Sull’Alpe Cimbra Peterson trascorre un paio di mesi assieme all’amatissima moglie Laura ogni estate dal 2013, perfettamente a suo agio nel luogo nel quale da trent’anni si svolge il Folgaria Baskeball Camp e nel quale da decenni vanno in ritiro le squadre più forti d’Italia, Nazionale compresa: proprio in questi giorni, a Folgaria, è al lavoro la Virtus Bologna. Ma adesso, parola a The Coach.

L’addio al Cile e l’approdo in Italia nel 1973

«Lasciai il Cile alla vigilia del colpo di Stato, qualcuno scrisse che ero un agente della Cia… Ero innamorato di quel Paese, ma lavorare ormai era quasi impossibile e quando mi è stato offerto di venire in Italia ho accettato. Il Cile era la squadra più bassa del mondo, più bassa delle Filippine, il pivot era 195 centimetri, quando sono arrivato a Bologna ne ho trovato uno di 2 metri e 11 e mi sono innamorato subito anche dell’Italia e di Bologna in particolare».

Gli spot e l’approdo in tv

«Il primo spot per la Lipton risale al 1985, è stata un’università della vita, per il loro perfezionismo: per girare uno spot servivano almeno due giorni. Il mio primo regista fu Nanni Loy, due giorni con lui furono come quattro anni di college. Ricordo che mi riaccompagnò a Milano in automobile e io ne approfittai per chiedergli qualche consiglio da attore. “Non recitare, pensa di avere davanti un bambino piccolo e una donna anziana, le due figure più simpatiche agli italiani, e parla con loro”. Come dicevo io, parlavo con il lattaio dell’Oregon».

Mamma butta la pasta

«Come ogni allenatore, ho preso un po’ da questo e un po’ da quello. Per le mie telecronache, ho attinto dai radiocronisti della mia infanzia. La mia squadra di baseball erano i Chicago Cubs, quella di mio padre e mio nonno i White Sox, che avevano un radiocronista con una voce fantastica, Bob Allison. Il mio “mamma butta la pasta” era il suo “mamma, metti il caffè sulla stufa”, per dire che il risultato della partita era segnato. Parlava con la gente, seduto sul divano assieme a loro. Ed è quello che ho cercato di fare io».

Italia e Stati Uniti assieme

«Sono 50% italiano e 50% americano, sto bene in Italia, sto bene negli States, sto bene a Folgaria… L’Italia è come tutti i Paesi del mondo, io non sono un politico, non invidio Giuseppe Conte: se apre la scuola viene criticato, se la chiude viene criticato… E lo stesso discorso vale per Donald Trump. Degli Stati Uniti mi è mancata la mia città natale, Evaston, quando ero giovane era il paradiso terrestre, con delle scuole eccellenti, anche per lo sport: lì ho imparato ad avere considerazione anche dell’ultimo dei miei giocatori, che per vincere devi fare amicizia con il custode della palestra, perché la squadra è di tutti e il talento non c’entra, c’entrano le persone».

Per me numero uno

«Il miglior giocatore che ho allenato? Sono tanti: Tom McMillen a Bologna, che viveva e si allenava ad Oxford, dove studiava, e veniva in Italia solo per le partite, ma questo non gli impedì di viaggiare a medie realizzative spaventose; Bob McAdoo, Dino Meneghin e Mike D’Antoni a Milano. Tra gli avversari Marzorati, Riva, Morse, ma sono tantissimi, anche nelle squadre europee. Sono stato fortunato, ho allenato e affrontato sempre grandi giocatori. Tra gli allenatori quelli contro i quali ho perso di più sono Gamba, Bianchini e Taurisano».

L’aria di Folgaria

«Folgaria ha qualcosa di speciale e non solo per il basket. È facile capire perché un allenatore la scelga per il ritiro della sua squadra: un impianto adattissimo, alberghi top, alimentazione perfetta, l’aria buona e poi tutti qui fanno gruppo. Io e mia moglie ci veniamo perché ci piace». «Per la disponibilità di chi ci ospita e per il clima, l’altitudine è sopportabile per chi ha avuto problemi cardiaci come me», ha aggiunto la signora Laura.

I camp e il basket giovanile

«I camp devono dare ai ragazzi qualcosa da portare a casa, tecnicamente parlando; i ragazzi devono imparare ad uscire dal recinto della loro società, a confrontarsi con altri avversari; in più, il camp deve aumentare l’amore dei ragazzi nei confronti del basket. Ricordo il mio primo allenatore Norman Kent con grande affetto: avevo dieci anni, il mio primo esercizio con i compagni fu disastro, lui mi mise una mano sulla spalla per proteggermi, credevo che non avrei giocato più e invece in quella stessa giornata segnai il canestro della vittoria. Questo deve fare un camp».

Lo scudetto al terzo anno

«Volevo essere un allenatore di football americano. Il mio idolo era coach Jackson: quando arrivò per guidare la squadra del nostro istituto, dichiarò che sarebbe rimasto tre anni, che al terzo avrebbe vinto il campionato statale e poi se ne sarebbe andato. “Che presunzione”, disse mio padre. Ebbene, dopo due annate senza infamia e senza lode, alla terza vinse il campionato statale e se ne andò. Nel 1973, quando arrivai a Bologna, non ero amatissimo. “Peterson chi?” titolavano i giornali. Alla prima intervista feci come Jackson: “Rimarrò tre stagioni e alla terza vincerò lo scudetto”, dissi. E così fu. Avrei potuto andare a fare il vice a Portland, in Nba, ma mi ero innamorato dell’Italia e rimasi, senza alcun rimpianto. Il giornalista che mi aveva fatto quell’intervista si arrabbiò perché non me n’ero andato».

Laura e l’ultima parola

«Mia moglie Laura mi ha salvato la vita, l’anno scorso ho avuto tre volte la polmonite. Quest’anno con il Coronavirus ho vissuto quattro mesi chiuso in casa. A marzo, quando la pandemia è esplosa anche in Italia, Laura era proprio a Folgaria. È corsa a Milano, mi ha raggiunto e non siamo più usciti di casa. Quando lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con grande attenzione e Laura mi ha fatto riprendere l’attività fisica gradualmente. Ma in casa ho sempre l’ultima parola: “Hai ragione, Laura”».

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