Mi ritorni in mente

19 aprile 1954. Il nazista che liberò Mussolini in vacanza a Merano

Pasqua 1954: Julius Räder, ex sergente paracadutista della Luftwaffe, che faceva parte del commando che liberò Mussolini sul Gran Sasso, è seduto al tavolino di un caffè di Merano. Mostra con orgoglio vecchie foto sgualcite.
 



Pasqua 1954: Julius Räder, ex sergente paracadutista della Luftwaffe, che faceva parte del commando che liberò Mussolini sul Gran Sasso, è seduto al tavolino di un caffè di Merano, città dove passa le vacanze. Mostra con orgoglio vecchie foto sgualcite.

Che Merano sia sempre stata una città dove i nazisti si sentivano a casa non è un mistero. Durante la guerra vi piazzarono il centro di smistamento di migliaia di sterline false con l’obiettivo di far crollare l’economia del Regno Unito. Dopo la guerra si nascosero gli alti papaveri sulla via dell’Argentina (tra questi anche il criminale numero uno: Mengele), e vi si stabilirono mogli e figli di gerarchi braccati dagli alleati (come Gerda Bormann).

Non stupisce, quindi, che negli anni ’50 la città del Passirio fosse molto gettonata tra gli ex alfieri della “razza superiore”, passati indenni dalla denazificazione, per trascorrervi le ferie. Tipo Julius Räder, ex sergente paracadutista, che faceva parte del commando che liberò Benito Mussolini sul Gran Sasso il 12 settembre 1943.

Bruno Borlandi, cronista della redazione di Merano dell’Alto Adige, lo incrocia per caso, mentre - seduto al tavolino di un caffè - Räder mostra con orgoglio, a curiosi e nostalgici, foto sgualcite in bianco e nero “custodite come reliquie”. Una la vedete qui sopra: è quello con l’elmetto mimetico dietro il duce.

L’ex sergente agli ordini del famigerato Otto Skorzeny (l’ufficiale delle SS che pianificò l’Operazione Quercia) non si fa problemi a raccontare tutta la storia al giornalista.

«Ricordo benissimo tutto: ho viaggiato su un aliante fino sopra il Gran Sasso. Sceso dall’aereo, ho comandato una squadra di paracadutisti della Göring; avevo l’ordine di appostare la mia mitragliatrice per impedire che i carabinieri cercassero di opporsi all’avanzata degli altri uomini verso l’albergo dove era prigioniero Mussolini. Ma tutto andò bene. Skorzeny scese dalla cicogna pilotata dal capitano Gerlach e si avviò assieme a un gruppo di SS verso l’ingresso dell’albergo. Con lui c’era un ufficiale italiano, non ricordo come si chiamasse. Io non so cosa accadde all'interno dell’albergo, quando i miei camerati si incontrarono con Mussolini e i carabinieri di guardia. Quando però tutto era finito, fummo chiamati all’interno dell’albergo: lasciai un uomo di guardia alla mitragliatrice e corsi verso l’edificio. Mi feci in mezzo ai miei camerati che stavano chiacchierando con i carabinieri. Due paracadutisti nell’atterraggio erano rimasti leggermente feriti, un brigadiere dei carabinieri di stava medicando. Un maresciallo mi offrì una sigaretta. In quel momento si aprì una porta e uscì Mussolini. Barba un po’ lunga, magro, pallido. Era vestito di nero. Indossava un cappello nero dalle ali piegate in giù, come volesse nascondere la faccia. Mussolini si è rivolto a noi e ci disse in tedesco: “Ero convinto che il Führer mi avrebbe dimostrato la sua amicizia. Lo ringrazio e ringrazio voi e i vostri camerati”. Poi si rivolse a un ufficiale italiano e disse qualcosa che un mio camerata che sapeva l’italiano mi tradusse. Disse: “Lo sentivo che oggi sarebbe successo qualcosa”. Nessuno di noi al momento della partenza sapeva cosa si andava a fare. Prima di partire, Skorzeny ci aveva detto: “Ne va dell’onore della Germania, il Führer conta su di voi”. Allora non eravamo abituati a domandare cosa diavolo volesse il Führer e, del resto, Skorzeny non era tipo da dare confidenza ai sottufficiali». 

Una testimonianza diretta di un episodio finito nei libri di storia. LF













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