TRENTO. «Il nostro campionato? Più tecnico e di qualità di quello maschile che si gioca in provincia, almeno fino all’Eccellenza. Con le ragazze, infatti, si riesce a giocare praticamente sempre palla a terra ed è possibile strutturare delle trame di gioco compiute, mentre tra Seconda categoria e Promozione maschili lo schema base troppo spesso finisce per essere palla lunga e via di fisico». Fabrizio Manfrini non rimpiange assolutamente la scelta compiuta quattro anni fa di passare dal calcio maschile a quello femminile.
Allenatore, prima delle categorie giovanili e poi della prima squadra dell’Us San Rocco di Rovereto maschile, in Prima e Seconda categoria, oggi è il mister dell’Azzurra Calcio femminile che milita nel campionato nazionale di serie B. Con loro è stato protagonista di una promozione dalla serie C alla B e l’anno scorso è retrocesso perdendo ai play out con il Padova. Ma, anche grazie al clamoroso girone di ritorno (17 punti conquistati contro 1 fatto all’andata), ha ottenuto il ripescaggio e quest’anno le cose stanno andando un po’ meglio. «Abbiamo conquistato 7 punti - conferma - e prima della fine dell’andata (11 gennaio) speriamo di farne ancora qualcuno in ottica salvezza». E a novembre è arrivata anche la storica vittoria in casa per 1 a 0 con l’Inter di Regina Baresi.
Mister cosa vuol dire per un uomo allenare una squadra femminile?
Vuol dire togliersi delle grandi soddisfazioni. Le ragazze ascoltano molto di più dei loro colleghi uomini i consigli, le raccomandazioni dell’allenatore, seguono i movimenti tattici e in generale si applicano di più. Sono più umili e hanno tanta voglia di imparare. I maschi, invece, troppe volte si credono dei fenomeni a qualsiasi età e a qualsiasi livello e questo, in realtà, limita molto l’impegno dei mister.
E dal punto di vista tecnico?
Sono spesso superiori ai ragazzi. Hanno un’ottima coordinazione e il fatto che il gioco si sviluppi più lentamente permette di produrre un palleggio più tecnico durante le partite. Si gioca palla a terra e, incredibile ma vero, si riescono a ricreare i movimenti provati in allenamento anche in partita.
Quali sono le difficoltà, invece, ad allenare delle ragazze?
Come dice Cabrini (allenatore della Nazionale femminile di calcio ndr) allenare delle donne è 10 volte più difficile sul piano della gestione del gruppo. I litigi sono sempre difficili da smaltire, le ragazze se li legano al dito e se li portano dietro molto più a lungo degli uomini. Cose che in uno spogliatoio maschile finirebbero per essere dimenticate dopo una doccia calda loro rischiano di tirarsele dietro per molto tempo.
Come si esce da questa spirale?
Bisogna lavorare molto sul gruppo. Noi siamo fortunati perché abbiamo uno spogliatoio molto coeso. Abbiamo atlete di 16 anni che vengono aiutate e sostenute da quelle di 35. Io punto molto sul mantenere la serenità all’interno dello spogliatoio favorendo il confronto immediato e chiedendo loro di essere sempre dirette e sincere l’un l’altra.